Il sistema gelatinoso dei casalesi nel sud del Lazio

Far finta di nulla, non commentare, lasciare che il tempo faccia il suo corso. Nel sud del Lazio, in quella terra di mezzo compresa tra il Garigliano e Latina, la strategia della politica locale – con forti legami con i palazzi romani – nei confronti delle mafie in fondo è sempre stata questa. Dopo l’operazione della Dda di Napoli che ha dimostrato come il gruppo dei Bardellino – arroccati dalla fine degli anni ’80 a Formia – sia vivo e operativo, quella rete gelatinosa di contatti e di convivenze politiche prosegue senza sosta. L’importante è non dare nell’occhio, evitare i clamori, mantenere il profilo basso.

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Quel che resta del nucleare

Via Foce Verde sembra interminabile, superata la città di Latina. Taglia in due i boschi di quest’area della bonifica stretta tra la pianura pontina e il mar Tirreno. Aziende agricole modello, trattori che girano tra i campi preparando la raccolta, l’odore acre delle fattorie, del letame che alimenta il giardino verde del Lazio. Poi, alla fine della strada, i primi chioschi del lungomare, i gelati, le bibite estive, i pescatori che si appostano sotto il ponte. Volgi lo sguardo a destra e appare l’immensa cattedrale di Borgo Sabotino, il primo impianto nucleare italiano, partito il 27 dicembre del 1963 e dismesso definitivamente nel 1991, dopo il referendum del 1987.

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I veleni di Ceprano

C’è la collina, che sale verso le grotte di Pastena. C’è il fiume Sacco, che taglia la lunga valle che nasce a Colleferro, per scendere nella terra di Ciociaria. Ci sono i pochi allevamenti rimasti, qualche cavallo, qualche decina di pecore. E poi, a Ceprano, ci sono gli spettri di un passato fatto di industrie pagate dallo stato e condotte da capitani di finanza che oggi hanno chiuso il loro tesoro in Lussemburgo, dopo aver licenziato migliaia di persone. Benvenuti nella provincia dimenticata di Frosinone, antica terra regno di Andreotti, della democrazia cristiana, e del fascistissimo Ciarrapico, degli aiuti di stato all’industria, dei clientelismi. E oggi terra di veleni desolata, abbandonata, con uno dei più alti indici di disoccupazione del centro Italia, dove a distanza di decenni si stanno scoprendo i frutti più avvelenati della prima repubblica. Continua a leggere

Il call center del malaffare

Questa storia potrebbe iniziare in uno dei tanti porti turistici della costa laziale, a pochi chilometri da Roma, dove Yacht e piccoli velieri di lusso mostrano la faccia più dura della crisi, quella dei padroni e dei predoni. «Lady Canvas» è una barca da regata che ha uno sconosciuto armatore, il napoletano Giorgio Arcobello Varese. Il nome non dice nulla a chi non è passato almeno una volta nei gironi infernali dei call center, ottocentesche linee di montaggio dove il padrone della ferriera spesso si nasconde dietro vortici societari, serie di scatole cinesi che appaiono e si dissolvono a volte in poche ore. L’armatore di Lady Canvas la settimana scorsa era la persona più ricercata da un gruppo di lavoratrici e lavoratori di Pomezia, senza stipendio da circa un anno. Ultima ditta conosciuta la Herla Italia srl. Continua a leggere

La collina dei misteri

Le case coloniche della pianura pontina sono le ultime labili tracce di una terra antica. Terra scura, di bonifica, terra smossa da generazioni di contadini, terra di migrazione e di fratture. Le strade che l’attraversano, a sessanta chilometri da Roma, riescono a mantenere quell’aura del ’900, con davanti agli occhi le immagini delle giornate passate sulle coltivazioni, di famiglie sedute attorno a tavole che profumavano di campi e di lavoro. Era zona di malaria, di bufale, di carretti, di nebbie. Poi area bonificata – con le opere iniziate a fine ’800 e concluse dal Mussolini della propaganda, chino a tagliare il fieno per le cineprese del Luce – e consegnata a contadini veneti, gente tosta e fiera.
La pianura pontina è oggi altro. È dove le ecomafie stanno giocando la peggiore partita, sporca, crudele e senza prigionieri. Tra i borghi che attorniano la nera Latina si contendono il territorio i colossi dei servizi ambientali, mentre sottoterra agisce indisturbata la peggiore manovalanza camorrista. Dell’epoca della malaria qui rimane solo la nebbia e il silenzio, irreale.
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