Il sistema gelatinoso dei casalesi nel sud del Lazio

Far finta di nulla, non commentare, lasciare che il tempo faccia il suo corso. Nel sud del Lazio, in quella terra di mezzo compresa tra il Garigliano e Latina, la strategia della politica locale – con forti legami con i palazzi romani – nei confronti delle mafie in fondo è sempre stata questa. Dopo l’operazione della Dda di Napoli che ha dimostrato come il gruppo dei Bardellino – arroccati dalla fine degli anni ’80 a Formia – sia vivo e operativo, quella rete gelatinosa di contatti e di convivenze politiche prosegue senza sosta. L’importante è non dare nell’occhio, evitare i clamori, mantenere il profilo basso.

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La camorra si infiltra negli appalti del terremoto

Sarà ricordato come il giorno degli sciacalli, il sei aprile del 2009. Prima le telefonate notturne della cricca, che rideva e si sfregava le mani per i ricchi appalti in arrivo. Poi le conversazioni degli uomini di Francesco «Sandokan» Schiavone, che da Casal di Principe chiamavano i referenti a L’Aquila, dando ordini e spartendo i lavori. «Ora lasciamo perdere i … i … quello che è successo… Dico, ma a livello di lavoro ora come funziona?», chiedeva Michele Gallo, accusato oggi di far parte del cartello dei Casalesi, ad Antonio Cerasoli, considerato dai magistrati della Dda di Napoli come il referente per i cantieri dell’Abruzzo del gruppo guidato da «Sandokan». Terremoto uguale appalti, questo il pensiero indecente dei palazzinari mafiosi, già pronti a costruire e gettare cemento fin dal 7 aprile, il giorno dopo il terremoto.

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