Lo strano senso di equità di Monti

Premetto: non sono un economista. Però a naso c’è qualcosa che non va nella prima manovrina dei professori: aumentare Iva e Ici, diminuire le tasse sul lavoro e sulle imprese. Quel poco che ho imparato di economia l’ho vissuto direttamente. In Brasile, ad esempio. Fino al governo Lula, in quasi tutti i paesi latino americani esisteva un modello fiscale basato soprattutto sull’imposizione sul consumo, attraverso l’Iva e altre tasse che incidevano direttamente sui prezzzi finali dei prodotti. Pagano tutti, è vero. Ma è una scelta ingiusta e classista. In fondo un chilo di pane non può e non deve avere lo stesso prezzo per il milionario Montezemolo e per l’anziano con pensione sociale. Tassare attraverso l’Iva toglie tantissimo ai più poveri, come avveniva – e in buona parte ancora avviene – in America latina, rendendo ancora più ingiusta la società e aumentando la parte di ricchezza in mano alle oligarchie.

 L’imposta sul reddito, perchè progressiva, è sempre stata la scelta più corretta, in grado di ridistriuire il reddito. E’ banale, se vogliamo: colpisce chi ha di più.
Quello che però rende insopportabile la scelta di Monti è la mistificazione e la propaganda. Leggo su repubblica.it: «Quando avremo messo insieme le varie misure, quando saranno accorpate in pacchetti dove le riforme si compensano e i sacrifici sono accompagnati da benefici, allora potranno valutarne e discuterne l’impatto, cercando una convergenza complessiva». Parole di Mario Monti, mentre si parla delle due prime “eque” misure: trasferire il prelievo dal reddito al consumo. Secondo lui la diminuzione del prelievo su imprese e lavoro è il vero beneficio. E’ così?
Per le imprese è ovviamente un beneficio, ma che probabilmente andrà ad aiutare la media e grande impresa. La piccola impresa italiana è soffocata soprattutto dalla contrazione del mercato. Per quanto riguarda il lavoro, i benefici fiscali che possono arrivare da una riduzione Irpef saranno apprezzabili per chi ha redditi superiori ai 30 -40 mila euro annui, escludendo quindi precari, lavoro nero e basso reddito.
Per ora abbiamo questo piatto da mangiare, ma, per favore, non chiamiamolo equità.

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