La scossa di Ciancimino

Riporto un articolo del 15 aprile 2009, pubblicato su il manifesto subito dopo il terremoto. Oggi, 20 giugno 2010, la guardia di finanza ha sequestrato parte del tesoro di Ciancimino in Abruzzo, confermando la storia che ho raccontato due anni fa.

E’ una donna minuta, frastornata più dai giorni dell’emergenza che dal terremoto. Il suo piccolo ufficio lungo l’accesso ormai vietato al centro storico dell’Aquila è oggi aperto. E’ un caso rarissimo, perché intorno è il deserto quasi assoluto. Non vuole che si dica il nome e cerca di spiegare quelle che sono le sue paure. «L’Aquila è un città piccola, i poteri si sfiorano, si contaminano tra di loro, tutti si conoscono», racconta.

E’ spaventata per la sua città, spaventata dalla macchina da guerra della ricostruzione, che velocemente si sta mettendo in moto. Il procuratore Alfredo Rossini questa paura la sente e non la evita. Ha garantito che vigilerà, che verrà fatto lo screening alle società scelte per rifare ex novo la città. Ma per ora il suo problema è trovare i computer, coordinare i pezzi degli uffici giudiziari sparsi nella città, cercare a chi chiedere in prestito una scrivania dove poter leggere i rapporti che il gruppo degli investigatori e dei tecnici gli invia. E di preoccupazioni ne devono avere i magistrati, visto che tra le ultime inchieste che hanno condotto prima del terremoto del sei aprile ce n’è una di mafia. Anzi, un’indagine venuta dalla Dda di Palermo, che porta dritto al cuore del tesoro di Ciancimino.

Nino Zangari, giovane imprenditore, politico, costruttore, assessore ai lavori pubblici del Comune è stato l’arresto eccellente alla fine di marzo. La sua società Alba d’oro un paio d’anni fa aveva completato la realizzazione di un complesso turistico a Tagliacozzo, vicino Avezzano. Un camping di lusso, un villaggio nel cuore dell’Abruzzo, dove il turismo è una delle poche economie che funziona davvero. Da Palermo i giudici cercavano da tempo di scoprire dove era finito il tesoro nascosto di Ciancimino, gestito – secondo la procura – attraverso avvocati molto noti in città e grazie ad uno schema societario che portava lontano. Fino al 2007 Alba d’oro era semplicimente una delle tante società abruzzesi, con regolare certificato antimafia, tanto da ottenere l’ultima tranche dei ricchi contributi regionali per la realizzazione del camping. Per i magistrati di Palermo, però, quella ditta era uno dei terminali dell’impero Ciancimino, tanto da far scattare i sequestri. Due milioni e mezzo di euro il patrimonio che la Guardia di finanza riesce ad intercettare.

In Abruzzo è il primo vero segnale d’allarme, mai fino ad allora si era parlato apertamente di economia controllata da cosa nostra. A far scoprire la nuova rotta abruzzese – molto discreta, silenziosa – è stato un avvocato, Gianni Lapis, ritenuto dalla Dda di Palermo un prestanome di Ciancimino. A lui facevano riferimento le tantissime società sulle quali hanno indagato i magistrati di Palermo. In particolare analizzando i libri contabili della Sirco spa, gli inquirenti hanno scoperto quella piccola srl in provincia dell’Aquila, la Alba d’oro. E’ quindi scattato il sequestro delle quote e dopo l’arresto dei soci abruzzesi, Zangari e i fratelli Augusto e Achille Ricci.

Nino Zangari, comunque, di carcere se ne è fatto poco per ora. Pochissimi giorni prima del terremoto è tornato a casa agli arresti domiciliari.

Ieri pomeriggio all’Aquila il procuratore Rossini ha parlato direttamente delle sue preoccupazioni per l’appetito delle mafie sul «fiume di soldi» che sta per arrivare. Mafie non estranee alla regione, ha subito aggiunto. Al suo allarme è poi immediatamente seguito il controallarme del governatore Chiodi. Per l’uomo del Pdl da poco al comando della regione la mafia in Abruzzo non è un problema, non c’è nessun allarme e il pericolo, semmai, è il «tam tam mediatico».

La mafia non è mai esista neanche per Nino Zangari. «Lapis con me è sempre stato un signore», rispose prima dell’arresto all’allora membro della commissione Antimiafia Giuseppe Lumia, venuto in Abruzzo nel dicembre del 2007. Tutto era regolare, i pagamenti da Palermo avvenivano «con bonifici bancari». La tesi del complotto è però durata poco per l’ex assessore del centrodestra e socio dell’avvocato tributarista prestanome dei Ciancimino. La ricostruzione, dunque. Il centro della città, forse il boccone più prelibato per chi si aggiudicherà una parte del «fiume di soldi», è dalla settimana scorsa blindato. Alpini, polizia, guardia di finanza presidiano ogni piccolo accesso alle case in rovina. E’ una sorta di grande scena del crimine, in realtà, e la cosa fa una certa impressione. E’ dietro i posti di blocco che si nascondono i pezzi di cemento fasullo, quelle miscele che hanno risparmiato troppo sui materiali nobili, provocando molti dei crolli. Per ora l’accesso avviene in maniera controllata per gli abitanti, che vengono accompagnati alle case per recuperare gli oggetti di valore, o quei pezzi di vita perduta la notte dei sei aprile. Girano tra le macerie anche i tecnici della procura, oltre alle squadre di ingegneri che compilano le schede che serviranno poi per stimare i costi della ricostruzione. Nulla, per ora, trapela. L’inchiesta condotta dalla procura dell’Aquila sta cercando di capire chi sono i responsabili dei crolli. A partire dagli edifici pubblici, dall’ospedale, il simbolo di questo terremoto tanto umano.

Un punto di partenza la procura sembra averlo. I magistrati hanno acquisito ieri la relazione della commissione del senato che già nel 2000 aveva segnalato i macroscopici problemi dell’Ospedale. Il procuratore Rossini ha garantito che verrà controllata «l’intera filiera delle responsabilità», da chi ha progettato, fino a chi ha collaudato le opere. Chissà, se quella relazione di nove anni fa non fosse rimasta sepolta nei cassetti del Senato, oggi l’Aquila avrebbe almeno un ospedale, e un po’ di speranza ed orgoglio in più.

Andrea Palladino
il manifesto, 15 aprile 2009 

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