Quel che resta del nucleare

Via Foce Verde sembra interminabile, superata la città di Latina. Taglia in due i boschi di quest’area della bonifica stretta tra la pianura pontina e il mar Tirreno. Aziende agricole modello, trattori che girano tra i campi preparando la raccolta, l’odore acre delle fattorie, del letame che alimenta il giardino verde del Lazio. Poi, alla fine della strada, i primi chioschi del lungomare, i gelati, le bibite estive, i pescatori che si appostano sotto il ponte. Volgi lo sguardo a destra e appare l’immensa cattedrale di Borgo Sabotino, il primo impianto nucleare italiano, partito il 27 dicembre del 1963 e dismesso definitivamente nel 1991, dopo il referendum del 1987.

Due reattori, il più antico che ancora oggi contiene la graffite che regolava la reazione, e la cupola bianca del Cirene, l’impianto mai attivato e bloccato dal voto degli italiani. Oggi Borgo Sabotino non ha smesso di funzionare, riconvertendosi in un nodo di scambio energetico strategico. Qui verrà smistata la corrente elettrica che alimenta buona parte dell’Italia, con cavi sottomarini che partiranno verso la Sardegna. E attorno a quel che resta del nucleare italiano sono nati i capannoni per le scorie, a supporto dell’attività di decommissioning. A guardarle da vicino le ex centrali nucleari italiane si ha la netta sensazione che il programma di Berlusconi fosse solo un bluff. Eppure così non è. E allora inquieta la sensazione di abbandono, di italica trascuretezza che si respira attorno i mostri atomici italiani. Seguendo il canale che portava l’acqua di raffreddamento dagli impianti verso il mare, facendosi strada tra le balle di fieno, i rovi e il piccolo bosco che contorna Borgo Sabotino, si scoprono i percorsi per nulla segreti dei locali cacciatori. Nessun cartello avvisa che quella rete che si apre sul letto di un torrente in secca chiude un impianto che ancora oggi ospita materiale radioattivo. Dall’esterno si vedono sui prati i bossoli dei fucili dei cacciatori, mentre in paese in tanti raccontano che andare a raccogliere i funghi nell’area della centrale è un’impresa che vale la pena vivere. «Mi piaciono i pioppini che solo lì dentro nascono», racconta un esperto, indicando il bosco oltre la rete. Nessuna sorveglianza, se conosci la strada arrivi a sessanta metri dal reattore, dove nei boiler dicono che ci sia ancora oggi l’anidride carbonica usata per il raffreddamento. Le barre, è vero, sono lontane, in Inghilterra, ospitate dal governo di Sua Maestà per cifre niente male. Ma un giorno qui ritorneranno, pronte ad essere ospitate nei capannoni costruiti all’interno del perimetro della centrale. Camminando per qualche minuto nel bosco della centrale si scopre quel che resta del nucleare italiano. Tra i rovi c’è la gigantesca torre d’illuminazione abbattuta chissà quanti anni fa. Nessuno l’ha smaltita, riposa sdraiata come una principessa abbandonata, incapace ora di mostrare quella potenza che spaventava quando il reattore era in funzione. L’unico segno visibile di vita è la voce chiara degli altoparlanti, che impartisce ordini a operai invisibili. Sembra un nastro registrato, rimasto acceso per decenni, e ti aspetti che all’improvviso la voce inizi a rallentare, a deformarsi, mano a mano che la batteria perde potenza. La visione del reattore, imponente, è micidiale. Le immagini si sovrappongono a quelle conosciute di Fukushima, e pensi alla sorte benigna che ha reso gli abitanti di Latina dei fortunatissimi sopravvisuti. La palla bianca dell’impianto Cirene, che si staglia sulla destra del bosco, è un monumento inutile, insensato. Completa quei due impianti svuotati, contrapposti ai capannoni blindati delle scorie: in Italia solo il rifiuto sembra avere un futuro. Tra la terra di riporto che forma piccole colline grigie si potrebbe organizzare una specie di caccia al tesoro. Ci sono pezzi metallici indefiniti, forse pali che sorreggevano cartelli, indicazioni, avvisi. Un giornale locale scoprì in quest’area qualche anno fa una vera e propria piccola discarica, nata nelle terre gestite dalla Sogin, la spa pubblica che ha ereditato il decommissioning delle centrali. Dopo le pubblicazioni delle foto i tecnici corsero a bonificarla, chiudendo qualche varco aperto attorno al reattore. «Questa terra è nostra, la sentiamo come parte della storia di questi luoghi», spiegano alcuni contadini dell’agropontino. «Vedi? Non mettono nessun cartello sulle recinzioni, nessun avviso – proseguono nel racconto – forse perché non vogliono impressionare la popolazione». Effettivamente un avviso «Attenzione, centrale nucleare» a ridosso del lungomare allontanerebbe un po’ di turisti e renderebbe troppo nervosa la popolazione. Oggi l’incubo è rappresentato da quei resti della centrale che nessuno sa bene dove andranno a finire. Il cubo di cemento che sarà destinato a contenere i rifiuti contaminati secondo Legambiente è decisamente sovradimensionato per ospitare solo i resti di Borgo Sabotino, come ha sempre dichiarato la Sogin. Il sospetto è che nel cuore del bosco chiuso tra la pianura e il mare possano finire le scorie di buona parte del paese, e quelle barre altamente attive spedite in Inghilterra ventanni fa. Qualcuno aveva anche ipotizzato che questi impianti potessero un giorno diventare il sito di stoccaggio nazionale, facendo ritornare le paure che si erano spente quando la reazione nucleare fu fermata definitivamente. «Una follia, in questa zona caratterizzata dalle dune mobili – spiega Roberto Lessio, leader ambientalista storico di Latina – dove il mare potrebbe avanzare, arrivando a ridosso degli impianti». E guardando i pilastri del ponte stradale costruito a meno di un chilometro dai reattori oggi spenti viene da rabbrividire: il cemento è corroso, scarnificato, tagliato dal colore rosso dell’ossidazione del ferro venuto alla luce con gli anni e grazie alla forza del mare. Lasciando Borgo Montello alle spalle si tira un sospiro di sollievo. Quel referendum del 1987 riuscì a bloccare quella follia costruita tra il Tirreno e la pianura della bonifica, dove le dune sono mobili, dove il mare inghiotte la terra corrodendo i ponti. Forse varrebbe la pena da queste parti realizzare un monumento ai morti di Chernobyl, che ci rimisero la vita in quella catastrofe che aprì gli occhi a tutti gli italiani.

Andrea Palladino

il manifesto
11 giugno 2011

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