Il deposito degli orrori

Ci vorranno forse mesi per capire cosa sia realmente accaduto nel deposito di Paderno Dugnano, di proprietà della Eureco. Infinito è l’elenco dei veleni presenti nel sito andato a fuoco: basta leggere l’ultima autorizzazione concessa dalla Regione Lombardia alla società per avere davanti agli occhi un elenco micidiale. Una lista degli orrori, sostanze pericolose e cancerogene che potrebbero essere state diffuse nell’ambiente durante l’incendio. E il primo passo per chiarire la situazione dovrà necessariamente essere quello di dare massima trasparenza ai registri della Eureco: cosa è bruciato ieri pomeriggio, è la prima risposta per le migliaia di persone che vivono vicino al deposito. A verificare la regolarità dei sistemi di sicurezza sarà poi la magistratura. 
Ma forse vale la pena approfondire la storia di questo sito, dove confluiscono tonnellate di scorie provenienti dalle industrie del nord Italia. L’autorizzazione integrata ambientale è stata concessa dalla Regione Lombardia il 26 ottobre del 2007, in cambio di una fideiussione di poco più di 500 mila euro. Soldi che dovrebbero garantire la bonifica dei locali, una volta terminata l’attività. La Eureco nel 2006 aveva anche chiesto un ampliamento del deposito dei rifiuti pericolosi da avviare al trattamento, ma la commissione «Via» del Ministero dell’Ambiente, presieduta da Stefano Rodotà, aveva negato l’autorizzazione nel 2008.

Di rifiuti se ne intende certamente Giovanni Merlino, amministratore delegato della Eureco. È originario della Puglia, ma da qualche decennio è conosciuto tra gli industriali della pianura padana. Con qualche incidente di percorso. Nel 2003 venne arrestato nel corso di una maxioperazione dei Carabinieri di Cuneo, contro un gruppo di imprenditori, mediatori di rifiuti e amministratori comunali. L’accusa per Merlino era di utilizzare le sue ditte per raccogliere rifiuti di diverso tipo, diretti in Toscana ma deviati verso alcune discariche di Sant’Albano Stura.
Il Noe dei Carabinieri di Bologna solo qualche anno fa avevano poi indagato su un’altra società di smaltimento di rifiuti del gruppo di Merlino, la C.R. di Sannazzaro de Burgondi, vicino Pavia. L’operazione, che era denominata «Pseudo compost«, portò all’arresto di cinque persone e a undici sequestri di società. Secondo gli investigatori del Noe il gruppo gestiva un traffico di compost con alto contenuto di sostanze cancerogene, provenienti probabilmente da rifiuti tossici. Le indagini durarono diversi mesi e coinvolsero Toscana, Emilia Romagna, Friuli e Lombardia. All’epoca Giovanni Merlino – oggi rappresentante legale della Eureco di Paderno Dugnano – si difese spiegando di aver avuto solo «contatti di lavoro» con la società di Bologna al centro dell’indagine. «La giustizia farà il suo corso», commentò con i giornalisti.
Solo una settimana fa è iniziato l’ultimo processo che coinvolge Giovanni Merlino, sempre con l’accusa di gestione allegra di rifiuti pericolosi. In questo caso si tratta di olii contaminati con diossine, che – secondo l’accusa – sarebbero stati mescolati con altre sostanze per risparmiare sullo smaltimento. Il processo si tiene davanti al Tribunale di Lodi, per fatti che risalgono al 2005 e 2006.
Un curriculum dunque di peso per il responsabile dell’azienda dove ieri sono rimasti gravemente ustionati e intossicati sette lavoratori. Ovviamente si tratta di ipotesi che dovranno essere valutate dai tribunali, ma oggi è legittimo porsi almeno un dubbio sulle autorizzazioni che la Regione Lombardia ha concesso alle aziende controllate da Merlino.
Tra i feriti vi sono lavoratori stranieri di cooperative esterne. È il sistema di abbattimento dei costi che nel nord utilizzano ormai gran parte delle società industriali. Maggiore flessibilità e riduzione del costo del lavoro. Perché nel ciclo – complesso e pericoloso – dei rifiuti quello che conta è sempre e in ogni caso l’abbattimento dei costi. Una politica che apre la strada alle gestioni criminali, basate sullo sversamento incontrollato, sul camuffamento di un rifiuto pericoloso con qualcos’altro di più accettabile e magari vendibile, come il compost, o su rotte che portano verso discariche clandestine.

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