Il call center del malaffare

Questa storia potrebbe iniziare in uno dei tanti porti turistici della costa laziale, a pochi chilometri da Roma, dove Yacht e piccoli velieri di lusso mostrano la faccia più dura della crisi, quella dei padroni e dei predoni. «Lady Canvas» è una barca da regata che ha uno sconosciuto armatore, il napoletano Giorgio Arcobello Varese. Il nome non dice nulla a chi non è passato almeno una volta nei gironi infernali dei call center, ottocentesche linee di montaggio dove il padrone della ferriera spesso si nasconde dietro vortici societari, serie di scatole cinesi che appaiono e si dissolvono a volte in poche ore. L’armatore di Lady Canvas la settimana scorsa era la persona più ricercata da un gruppo di lavoratrici e lavoratori di Pomezia, senza stipendio da circa un anno. Ultima ditta conosciuta la Herla Italia srl.
Il nome del battello di questo elegante napoletano – con la passione per i call center e i grovigli societari – ha un significato tutto particolare. Lo racconta una delle tante ragazze che ieri occupava l’edificio a specchio di Pomezia, dove lavoravano quasi 400 operatori di call center: «Il canvas è il nostro premio, che può essere un televisore, un cellulare, un computer. Lo vince chi produce, chi vende, chi riesce a prendere clienti con la telefonata vincente». Il canvas è quella specie di totem che nei call center fa girare il mondo del lavoro, ti fa sognare, ti droga di produttività e superlavoro. Chissà, forse era a questo che pensava l’armatore d’antan Giorgio Arcobello Varese, quando al suo Yacht da regata metteva quel nome misterioso, Lady Canvas. O forse era quello il suo premio, il suo sfizio per i fine settimana da skipper.
Nei circoli nautici della capitale, dove il battello fa la sua bella mostra, di certo non si parla di quei 400 lavoratori che devono ricevere in media 10.000 euro a testa di arretrati, dopo aver lavorato per anni vendendo di tutto. Da una settimana quaranta di loro hanno occupato il posto di lavoro, la palazzina a due piani nella prima periferia di Pomezia, città industriale alle porte di Roma. Sono saliti sui tetti, legandosi al cancello, ripercorrendo la strada delle migliaia di lavoratori che negli ultimi due anni sono stati travolti dalla crisi. Nel loro caso, però, il problema non è il calo delle commesse o la bufera finanziaria: nessuna cassa integrazione, nessuna mobilità, semplicemente hanno smesso di pagarli. «E la cosa più incredibile – raccontano – è che i nostri committenti, Edison e la Matrix, la società che vende spazi pubblicitari su virgilio.it hanno sempre regolarmente pagato le commesse».
Dall’Irlanda alla Romania
«Siamo arrivati in questi giorni, chiamati dai lavoratori che sono in una situazione disperata», raccontano Gianni Leonetti della Cgil Pomezia e Dino Oggiano, della Slc-Cgil del Lazio. Scorrono le visure camerali, leggono contratti di cessioni di rami di azienda, tracciano sui fogli bianchi i complessi incroci societari che girano intorno a Giorgio Arcobello Varese. «Vedrai che lui appare solo come un socio minoritario – raccontano i lavoratori – ma in realtà tutti qui sanno che è Giorgio il padrone. Tant’è che da quando abbiamo iniziato a protestare lui non si è fatto più vedere ed ora manda solo il suo avvocato». Come in altre storie di call center e lavoratori abbandonati al vertice delle piramidi societarie ci sono gruppi finanziari nascosti fuori dal confine italiano.
La Herla Italia srl dipende dalla Herla Holding, società con sede a Dublino, in Irlanda. Lo scorso marzo ha stretto un contratto di affitto di ramo d’azienda da un’altra società del gruppo, la Sercomm srl, ereditando – come si legge dal contratto – 327 dipendenti operativi, 22 non operativi e 15 collaboratori, per un totale di 364 lavoratori. Gran parte di loro era stato «stabilizzato» negli anni passati, ovvero assunto con contratto a tempo indeterminato. Lavoratori stabili, garantiti, che avevano raggiunto la loro metà. «Hanno iniziato a non pagarci più, quando già avevamo degli arretrati dalla precedente azienda, che ci aveva ceduto alla Herla», spiegano. Non solo. Con il tempo gli operatori del call center si accorgono che neanche i contributi venivano versati, ed iniziano a preoccuparsi. «Eppure siamo un’azienda in piena attività – racconta un ragazzo trentenne – tanto che in quattro mesi un gruppo di soli 15 operatori è riuscito a portare un fatturato di un milione di euro: adesso ci pagheranno, ci siamo detti». E invece nulla accadeva, salvo scoprire che i soldi entrati erano serviti ad aprire un call center in Albania e un altro in Romania.
Tutti contro tutti
Il colpo di scena arriva a settembre. Per prima cosa vengono individuati all’interno della azienda i lavoratori più difficili da gestire, quelli che si permettevano di chiedere il rispetto dei diritti, di contestare i rifiuti ad effettuare le pause garantite dal contratto e, soprattutto, di esigere il pagamento degli stipendi. Una quarantina in tutto, in buona parte ragazzi con esperienza, che conoscevano già bene l’azienda dove lavoravano. «Ci hanno isolati, sono arrivati a vietare agli altri di parlare con noi durante le pause», spiegano. Un mese fa Giorgio Arcobello Varese e la moglie, Marilena D’Orazio, hanno invitato uno ad uno i lavoratori più morbidi – o forse impauriti dalla sola idea di perdere il lavoro – ad una convention in un hotel a Pomezia. «Lei, Marilena, ha iniziato a piangere, si faceva abbracciare – racconta oggi chi ha partecipato – e alla fine a chi era andato all’incontro hanno proposto l’accordo che li avrebbe salvati». Tre pagine in tutto, decisamente vergognose: «Per seicento euro dovevi rinunciare ad ogni pretesa, compreso il contratto a tempo indeterminato, per poi essere assunto, diciamo così, con contratto a progetto, in una nuova società». Ed ecco che come per magia centinaia di lavoratori di una società non in crisi si trasformano da ingombranti dipendenti in leggeri, leggerissimi e decisamente più ricattabili collaboratori «a progetto». La nuova società, la Fidecomm, era pronta a prendere il testimone, negli stessi locali, con gli stessi compiti e, forse, con una parte delle stesse commesse.
Computer e minacce
La scorsa settimana i quaranta esclusi dall’accordo capestro hanno capito che ormai il loro destino era segnato. Hanno occupato i locali, salendo sul tetto dello stabilimento, prima, e di un grattacielo abbandonato poco dopo. Per ora nessuno ha mandato i vigilantes per cacciarli, come avvenne con Eutelia. «Qualcuno, però, ci ha chiamato sui cellulari – raccontano delle lavoratrici – e con accento del sud ci hanno detto che se non andavamo via qualcosa di brutto sarebbe accaduto. Chiamavano da numeri inesistenti, come avviene a volte con i sistemi dei call center». Per ora, durante la notte, mani abili e anonime hanno fatto sparire i due computer dell’amministrazione, entrando da una porta esterna senza forzare la serratura e poi simulando la rottura dell’ingresso interno, come a voler far ricadere la colpa sui lavoratori che occupano i locali.Venerdì scorso gli avvocati delle società hanno offerto un primo pagamento di 900 euro – la maggior parte di loro deve ricevere più di 10 mila euro – e un tavolo di trattativa davanti al prefetto. Sembra chiaro, dunque, che il gruppo amministrato da Giorgio Arcobello Varese ha fretta di liberare i locali e di avviare la nuova società. «Ma noi non ce ne andremo fino a quando non verranno pagati tutti gli stipendi – scandiscono i lavoratori di Herla – e fino a quando non verranno rispettati tutti i diritti. Nessuno può dividerci». Due facce della crisi, lo yacht del padrone e la resistenza coraggiosa di chi quella barca l’ha pagata.

(il manifesto, 12 ottobre 2010, Andrea Palladino
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