La collina dei misteri

Le case coloniche della pianura pontina sono le ultime labili tracce di una terra antica. Terra scura, di bonifica, terra smossa da generazioni di contadini, terra di migrazione e di fratture. Le strade che l’attraversano, a sessanta chilometri da Roma, riescono a mantenere quell’aura del ’900, con davanti agli occhi le immagini delle giornate passate sulle coltivazioni, di famiglie sedute attorno a tavole che profumavano di campi e di lavoro. Era zona di malaria, di bufale, di carretti, di nebbie. Poi area bonificata – con le opere iniziate a fine ’800 e concluse dal Mussolini della propaganda, chino a tagliare il fieno per le cineprese del Luce – e consegnata a contadini veneti, gente tosta e fiera.
La pianura pontina è oggi altro. È dove le ecomafie stanno giocando la peggiore partita, sporca, crudele e senza prigionieri. Tra i borghi che attorniano la nera Latina si contendono il territorio i colossi dei servizi ambientali, mentre sottoterra agisce indisturbata la peggiore manovalanza camorrista. Dell’epoca della malaria qui rimane solo la nebbia e il silenzio, irreale.

Borgo Montello è una piccola rocca, incastrata tra Nettuno e Cisterna. Sorge sul confine – labile e mobile – tra il territorio controllato dalla ‘ndrina dei Gallace, originaria della provincia di Catanzaro, e i campi dove gli Schiavone di Casal di Principe hanno investito milioni di euro. Dalla sommità della piccola chiesa del borgo si può intravedere la centrale nucleare di Borgo Sabotino, dismessa nel 1987 e oggi cantiere aperto, pronta ad accogliere le fantasie nucleari di Berlusconi.

I colossi della monnezza
In questo piccolo borgo c’è una delle più grandi discariche del Lazio, divisa tra due colossi dei rifiuti. C’è la Indeco, del gruppo Grossi, oggi indagato a Milano per lo scandalo della bonifica di Santa Giulia; e c’è la Ecoambiente della Waste Management controllata dai fratelli Colucci, grandi elettori e finanziatori del centrodestra, che a Latina è padrone. Ma Borgo Montello non è semplicemente un ammasso di monnezza, è una vera collina dei misteri dove fusti tossici appaiono, si smaterializzano, si trasformano, come per incanto, in semplici ricordi. Ed è una sorta di porto senza mare, dove la notte arrivavano fusti di navi con i nomi atroci, come la Zanoobia e la Karin B.
L’audizione dei magistrati di Latina era attesa. Prima annunciata, poi rinviata. Alla fine, il 30 giugno scorso, il procuratore aggiunto Nunzia D’Elia e il Pm Giuseppe Miliano entrano a Palazzo San Macuto. La commissione bicamerale d’inchiesta sui rifiuti deve molto a questa terra. Alla fine degli anni ’90 a Pontinia vennero sequestrati migliaia di fusti e, nel 2000, la commissione guidata da Massimo Scalia partì dalla provincia di Latina per ricostruire la rete – intricata e potente – delle lobby dei rifiuti. Un groviglio dove si incontrano e si sfiorano i grandi operatori internazionali e i piccoli broker campani, con relazioni che spiegano perché siamo terra di veleni.
Dunque la commissione che oggi è presieduta da Pecorella attendeva con ansia i magistrati pontini, anche perché di Borgo Montello sentono parlare da anni. Qui, secondo Carmine Schiavone, i casalesi hanno sotterrato migliaia di fusti velenosi, riscuotendo alla fine degli anni ’80 500 mila lire per ogni bidone interrato. Fino ad oggi la presenza dei veleni era una sorta di ombra: le acque sono avvelenate, e su questo non c’è dubbio. Da cosa? In tanti anni nessuno lo ha mai scoperto, o meglio, nessuno lo ha voluto sapere.
Il procuratore Nunzia D’Elia – arrivata a Latina da pochi mesi – ha cercato di spulciare l’archivio della Procura, cercando una traccia, un rapporto, un ricordo. Ne sono usciti fantasmi e ombre: «C’è una notizia data a un ufficiale di PG della provinciale che ha detto di aver rinvenuto personalmente nel 2001 un fusto nell’invaso S3, se non sbaglio, che si sarebbe distrutto», ha spiegato il procuratore aggiunto. Un fusto che appare e che, mentre viene recuperato, si smaterializza, si polverizza.

Come inchiostro simpatico
La prima prova, la carta che poteva raccontare cosa si cela nella pancia della gigantesca discarica di Latina sparisce appena esce dalla tomba dove era stato sotterrato. «È come il nastro degli 007 – commenta Pecorella – che dopo essere stato ascoltato si dissolve».
A Latina non sono solo i veleni di Borgo Montello a volatilizzarsi. Del sequestro di migliaia di fusti in un deposito a Pontinia non c’è più traccia. «Personalmente, non sono riuscita a recuperare eventuali procedimenti penali», racconta con una vena di sconforto Nunzia D’Elia. Forse era un episodio minore, uno di quei processi da Pretura, che finiscono subito negli archivi. Ma non era così. Basta rileggere quello che scriveva la commissione rifiuti guidata da Scalia nel 2000: «Il sequestro di Pontinia è stato (in termini quantitativi) il più rilevante del genere mai effettuato in Italia ed esso è stato lo spunto per un’attività di indagine autonoma della Commissione (…) per valutare l’esistenza o meno di una sorta di holding affaristico-criminale attiva sul territorio nazionale nel ciclo dei rifiuti». Si trattava di 11.600 fusti, con i residui delle industrie farmaceutiche e chimiche di rilievo nazionale. Rifiuti stoccati a partire dal 1997 dalla società Sir di Roma, al centro del complesso intreccio societario che Massimo Scalia ricostruì dieci anni fa. Ma di tutto questo non c’è più una sola traccia a Latina.

Camion di notte e un omicidio
A Borgo Montello nessuno nasconde la paura per quella collina, carica di veleni e di misteri. Erano i primi anni ’90 quando un gruppo di cacciatori lanciò l’allarme: la notte arrivano dei camion e scaricano bidoni. Nel piccolo borgo la curiosità era tanta e così la mattina qualcuno avvicinò gli autisti che facevano colazione al bar. «Da dove venite?» – chiesero – «Dalla Toscana e dall’Emilia» – fu la risposta. Ma la conversazione andò oltre, ricordano oggi gli abitanti: «Cosa portate?» – «I fusti delle navi». E per la prima volta uscirono fuori i nomi della Zanoobia e della Karin B, due delle navi dei veleni utilizzate per riportare in Italia le scorie abbandonate in Venezuela e in Nigeria da società italiane.
C’era un prete a Borgo Montello che si era messo in testa di andare fino in fondo su questa storia. Era un veneto, aveva ottant’anni ed è morto incaprettato nella sua canonica nel marzo del 1995. Sei mesi di indagini e un’archiviazione veloce, sotto la voce «ignoti», aggiungendo il suo nome all’elenco dei misteri e delle prove scomparse.
Oggi per i magistrati di Latina la via per ricostruire la verità su Borgo Montello è terribilmente difficile da percorrere. Anni di indagini mancate, pezzi di inchiesta e prove finite nel nulla, come quel fusto che nel 2001 si volatilizzò alla stregua dei nastri degli 007.
Per capire cosa si cela sotto una collina di rifiuti normalmente si scavano dei pozzetti da dove prelevare acqua e campioni degli eventuali veleni. Si chiamano pozzi piezometrici e sono fondamentali per il monitoraggio ambientale. Il pubblico ministero di Latina, Giuseppe Miliano, che oggi segue l’inchiesta ha provato ad incrociare questi dati: «Nel corso delle ultime indagini, ho accertato che il piezometro che in passato aveva segnalato la presenza di queste sostanze non esiste più. Tale aspetto è emerso proprio di recente. Quindi, sarà nostro interesse capire per quale motivo l’Arpa ha eliminato questo tipo di elementi». Un altro pezzo di verità sottratto.

Il mediatore dei rifiiuti
Da queste parti fare il mediatore di rifiuti è un mestiere che rende. Solo tre anni fa a Fondi un immobiliarista poi arrestato per usura con modalità mafiose si vantava di aver concluso accordi milionari per esportare rifiuti industriali in Liberia. Mostrò a tutti una foto con i rappresentanti del paese africano, l’ex sindaco di Fondi Luigi Parisella – lo stesso che il prefetto Frattasi voleva far dimettere, dopo aver accertato infiltrazioni mafiose – e un misterioso imprenditore di rifiuti, che poco dopo annunciava sul sito della confindustria di Latina la possibilità di mandare in Romania migliaia di tonnellate di monnezza.
Le inchieste che i magistrati da poco arrivati a Latina stanno oggi conducendo raccontano una gestione dell’intero ciclo dei rifiuti perlomeno sospetta. Si va dal comune di Minturno, dove la società Cic Clin è indagata per frode in pubbliche forniture, fino a Terracina, dove i magistrati stanno analizzando la società Aspica. E nelle ultime inchieste della Dda di Napoli appaiono i rapporti stretti tra imprenditori dei casalesi – attivi nell’edilizia – con nomi noti a Latina per l’intermediazione dei rifiuti. I veleni e gli affari criminali della peggiore imprenditoria italiana da tempo hanno lasciato la Campania. E oggi puntano decisamente verso la capitale, seguendo le strade che da Latina portano a Roma.

(il manifesto, 14 agosto 2010, Andrea Palladino)

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