Acqua e rifiuti: il cartello

E’ l’inizio dell’autunno a Monreale. Il vento caldo dell’interno si mischia con l’odore di salsedine. È il 3 ottobre del 1874 e Felice Marchese, di professione fontaniere, viene trovato ammazzato nel giardino Vaglia: uno dei tanti omicidi di mafia rimasti senza colpevole. Le indagini trovarono però un mandante, tale Pietro Di Liberto, che mandò i sicari contro Felice Marchese, «guardiano delle fontane», perché questi non voleva far mancare l’acqua ai proprietari dei giardini. Acqua che lui, invece, intendeva vendere ad altri. Un delitto storico, parte della prima guerra di mafia documentata, che vedeva contrapposte due organizzazioni, i Giardinieri e gli Stoppaglieli.

Sono passati 134 anni da quell’omicidio, in quella Sicilia eterna del fontaniere Marchese. L’acqua continua a essere inodore, insapore, incolore, ma sempre con un padrone preciso. Un padrone diffuso, spalmato tra decine di società, con sedi a Milano, a Napoli, a Parigi e in Lussemburgo. Un padrone che deve, però, continuare a baciare mani e guance, a riverire, a rispettare patti non scritti. Acqua e Sicilia, ambiente e mafia, rifiuti e politica: è cambiato qualcosa dal 1874?
L’acqua era ed è una merce, non un diritto. Un concetto mafioso (almeno in origine) che si sta espandendo all’intero pianeta. È un bene che non ha mai conosciuto crisi, semplicemente perché non ne possiamo fare a meno. Attraverso un pizzino o un fondo speculativo svizzero, questo diritto è soddisfatto solo grazie a vecchi e nuovi mediatori. L’acqua ha abbandonato le fontane gestite dai capibastone per entrare nei bilanci delle società per azioni, che, però, non possono – o non vogliono – stare molto lontane da chi gestisce i soldi e il potere nella Sicilia antica, immutabile. E acqua è il nome che dà inizio a questa storia, la storia della potentissima Acqua spa, seppellita da Tangentopoli e risorta dalle sue ceneri per compiere un’unica, strana, operazione. Acquisire il 10 per cento delle azioni di Idrosicilia spa, il moderno mediatore della sete in Sicilia, che gestisce oggi acquedotti e dighe, rivendendo l’acqua ai comuni dell’isola.
Era un gruppo di amici affiatato, si erano conosciuti negli anni Settanta, quando l’Italia aveva bisogno di infrastrutture, di depuratori, di acquedotti. Amici con nomi che contano, che hanno fatto strada. C’erano due fratelli, pugliesi emigrati a Milano, Giuseppe e Ottavio Pisante. C’era Paolo Scaroni, attuale amministratore delegato dell’Eni, «recuperato» dal governo Berlusconi nel 2002 per metterlo a capo dell’Enel. C’era Gianfelice Rocca e la sua Techint, Marcellino Gavio con il suo impero infrastrutturaìe nei trasporti e Gianmario Roveraro con la sua Akros Finanziaria.
I fratelli Pisante e Paolo Scaroni avevano già lavorato insieme – fin dagli anni Novanta – nella Techint, il colosso delle costruzioni e della siderurgia della famiglia Rocca. Non solo. La stessa Techint all’inizio degli anni Novanta (con la Akros e la Sofìna di Marcellino Gavio) è socia della Holding Acqua. Manager e uomini d’affari, famiglie del capitalismo nostrano, ancora oggi al comando dei servizi ambientali, delle grandi infra strutture dell’energia. Tutti meno uno. Gianmario Roveraro, salito alle cronache per le sofisticate operazioni finanziarie della sua banca Akros – che organizzò la quotazione in Borsa della Parmalat di Calisto Tanzi – è finito male, trovato cadavere il 21 luglio del 2006. Era stato rapito qualche giorno prima da un piccolo investitore di Ferrara, che si era sentito truffato.
Nel gennaio del 1993 Tangentopoli diventa la bufera che gela l’economia italiana. Il gruppo Acqua spa era un vero e proprio impero dei servizi ambientali: 2.400 dipendenti, 500 miliardi di fatturato, 87 società controllate solo in Italia. Dove c’era acqua (senza la a maiuscola) da distribuire, qualcosa da ripulire (depuratori o rifiuti), lì il gruppo Acqua era presente. Alla fine del 1992, due giorni prima di Natale, Ottavio Pisante entra in cella a Foggia, nella sua Puglia. Una storia di nastri trasportatori e di tangenti. Un paio di settimane dopo, dal carcere, coinvolge nelle inchieste un dirigente Enel vicino al Pci-Pds, Giambattista Zorzoli, che assieme all’amministratore di Elettrogeneral lo avrebbe costretto a pagare. Nel frattempo, anche l’altro pilastro del gruppo. Paolo Scaroni, in qualità di amministratore delegato della Techint, era stato coinvolto in una storia di tangenti, che riguardava la costruzione di alcune centrali dell’Enel. Vicenda che si concluse nel 1996 con la condanna – patteggiata – a un anno e quattro mesi.
Ottavio è il più giovane della famiglia Pisante e ci tiene alla sua futura carriera. Dalla cella pensa continuamente a quei documenti trovati dagli inquirenti pugliesi a Milano. Troppo tardi, due cartelline azzurre erano state sequestrate qualche giorno prima nella sede di una società controllata dal gruppo, la Emit. E il sunto del metodo Acqua; duecento pagine fitte di annotazioni manoscritte, cifre e nomi di politici e di portaborse. Secondo la procura di Foggia, quei fogli sono il libro mastro delle tangenti pagate in tutta Italia e in Svizzera. Un colpo mortale. Ottavio confessa parla, spiega. Meno disposto a collaborare è invece Giuseppe Pisante, arrestato anche lui in quei giorni, questa volta per una storia di discariche. Al centro dei vari affari, messi sotto la lente d’ingrandimento da un asse investigativo che si era creato tra Foggia e Milano, c’erano le loro società, il gruppo Acqua e la Emit.
Finita la bufera, cambiano gli assetti societari. I protagonisti della Holding Acqua acquistano, vendono, partecipano e costruiscono società che si controllano a vicenda, in un inestricabile, forse, gioco di scatole cinesi. E, soprattutto, creano alleanze strategiche con i colossi multinazionali nel settore delle acque e dei rifiuti: in primo luogo americani e francesi. Francesi italianizzati, in secondo.
Alleanze o cartello? Il passaggio a cavallo tra il 1993 e il 1997 è strategico. In mezzo c’è la legge Galli (de! 1994) che aprirà ai privati il mercato idrico. Ci sono tanti depuratori da costruire o da rifare, soprattutto nella ricca Milano. Insomma, una torta gigantesca, una boccata d’ossigeno per le aziende uscite da Tangentopoli.
Di possibile cartello parla per la prima volta la procura di Monza nel 1993, che trova nelle carte sequestrate alla Emit un accordo che — secondo l’accusa—serviva per spartirsi i lavori delle infrastrutture ambientali. L’antitrust apre un’inchiesta, analizza il dossier che «contemplava un complesso sistema d’attribuzione e stabiliva che, per ogni singolo appalto per il quale era prevista la partecipazione delle parti, queste esprimessero un leader il quale, dichiarando di essere particolarmente introdotto nella specifica iniziativa, assumesse la responsabilità dì espletare ogni e qualsiasi azione per arrivare all’aggiudicazione» (Autorità garante della concorrenza e del mercato; 8 giugno 1994). Ma, sempre secondo l’Antitrust, non vi fu cartello, visto che lo stesso accordo non avrebbe avuto attuazione.
Dopo qualche anno, nel marzo del 1997, il vicesindaco di Milano Giorgio Malagoli riceve un fascicolo che parlerebbe ancora una volta di un cartello, sempre guidato dalla Emit. Secondo uno studio di due ricercatori dell’Università di Greenwich e della Bocconi (Water time case study D-33, del 2005) questo nuovo accordo avrebbe avuto due nuovi attori, due multinazionali francesi che stavano sbarcando in Italia: la Suez (ali ‘epoca Degremont) e la Veolia (conosciuta allora con il nome di Generale des Eaux). Le stesse che oggi – grazie ad alleanze strategiche – controllano l’acqua dì molti milioni di italiani.
Nel 1998, fra i tanti nomi di Tangentopoli, quello dei Pisante ormai si confonde. La memoria che Gerardo Colombo ha assunto come vizio imperdonabile non è il punto forte nel nostro Paese. Qualche processo finisce patteggiando, qualcun altro con assoluzioni o prescrizioni. C’è da lavorare a Milano, unica città europea senza un depuratore. C’è la novità dei francesi di Veolia e di Suez, colossi mondiali dei servizi ambientali subentrati agli americani. La storia insegna che i colossi hanno poi bisogno delle formichine, che riescono a entrare ovunque. Vale a dire di chi detiene, di fatto, le chiavi del business dell’acqua e dei rifiuti. Pisante (Giuseppe), che opera con le varie sigle Acqua, Emit o Siba, ha in mano un appalto, il più grande d’Europa, per la realizzazione dei depuratori di Milano. Basta mettersi d’accordo. Milano vive una vera emergenza, con i poteri straordinari attribuiti al sindaco Gabriele Albertini. Gare e appalti da assegnare che, guarda caso, vengono vinte dal «cartello» formato dai fratelli pugliesi, dalle due multinazionali francesi che dovrebbero darsi battaglia in nome della concorrenza del mercato e dall’immancabile presenza del colosso di turno della Lega delle Cooperative.
Solo un anno dopo, nel 1999, il patto di ferro tra la Veolia e i Pisante viene siglato dividendo il pacchetto azionario dalla Siba, che oggi è presente nella gestione di moltissimi ambiti idrici e costruisce depuratori in tutt’Italia.
Ed è proprio la realizzazione dei depuratori il suggello del patto: Pisante, Veolia e Suez sono soci inseparabili a Milano. L’Emit e la Veolia Water convivono sotto lo stesso tetto, in via Lampedusa 13, poco distanti dai depuratori che hanno costruito insieme. Le loro società diventano le chiavi di volta per capire la Sicilia dell’acqua e dei rifiuti del ventunesimo secolo. Se nel 1993 i nomi di Giuseppe e Ottavio Pisante sparirono dal Who’s who (gli americani, è noto, non amano le tangenti che inquinano il mercato), oggi sono di nuovo alla ribalta. «Non esagerate con gli antipasti, stiamo aspettando la cena», avrebbe detto Giuseppe Pisante a uno dei manager di Acqua-latina, società mista che gestisce l’acqua nel Sud del Lazio, dove Veolia possiede la quasi totalità delle azioni in mano al socio privato. Quale fosse la cena lo hanno raccontato i magistrati di Latina, che hanno arrestato il 23 gennaio scorso sei persone tra manager e componenti del consiglio d’amministrazione. Tutti legati al gruppo Veolia, meno uno. Paride Martella, ex Udc, passato poi all’Italia dei Valori, ex presidente della provincia e del cda di Acqualatina. La società della città laziale è stata uno dei primi laboratori del modello di gestione misto pubblico-privato in Italia (Diario aveva raccontato la vicenda con un’inchiesta, nel marzo dello scorso anno). Con la privatizzazione di fatto delle risorse idriche di Latina (l’amministratore delegato e le mosse più importanti sono decise dai soci privati, anche se possiedono solo il 49 per cento delle quote), Acqualatina spa è divenuta la creatura da difendere con i denti per i politici locali (la zona è tradizionalmente di centrodestra), che spesso ricevono incarichi nella società. E in provincia di Latina la prima conseguenza del modello Acqua la vivono gli utenti, che hanno ricevuto bollette con aumenti che arrivano, in alcuni casi, anche al cento per cento.
Qui l’accordo di Milano ha funzionato per i fratelli Pisante. Anche se è la multinazionale francese Veolia ad avere il controllo, di fatto il menù lo stabiliscono loro, che di acqua se ne intendono. Ma la cena che sta per arrivare non è solo a base d’acqua. Nella ricca, ricchissima, carta dei servizi ambientali italiani ci sono molte altre «emergenze» in corso, il vero viatico di ogni buon affare. A Latina, i soldi degli appalti che sarebbero stati spartiti – secondo la procura – tra i soci privati, senza nessuna gara a evidenza pubblica (come impone la normativa comunitaria), sono finiti in mano alle stesse società inserite nella composizione societaria. Appalti in house, si chiamano. Cioè fatti in casa. Acqualatina è stato in fondo solo un laboratorio d’idee e di comportamenti.
Ma i veri affari arrivano più a sud. E lì che troviamo il modus operandi del «cartello» controllato dai Pisante e soci.
È solo di qualche mese fa l’ultimo allarme siccità nel Sud Italia. Non è una novità: ogni estate i rubinetti, in Calabria e in Sicilia sono secchi. Il caldo, le mutazioni climatiche, la siccità. Immaginiamo Palermo, Caltanissetta, Reggio Calabria, Messina, Crotone e pensiamo al deserto prossimo venturo. Eppure la Calabria e la Sicilia sono ricche d’acqua.
Negli anni Settanta a Palermo vi fu una delle più gravi emergenze idriche del dopoguerra. Il ministero dei Lavori Pubblici decise di aprire un’inchiesta sulle fonti d’approvvigionamento idrico: nel piano regolatore generale degli acquedotti del 1968 c’erano solo 13 pozzi censiti. In realtà, la Sicilia aveva già 1.649 pozzi, che fornivano acqua abbondante tutti i giorni. E allora? Erano pozzi gestiti da note famiglie, i Greco di Ciaculli, i Buffa, i Marcerò, i Motisi, i Teresi.
Oggi i pozzi gestiti dai privati sono più di 20 mila, secondo l’ultimo censimento curato dal generale Roberto Jucci, commissario straordinario fino al 2000. Una risorsa potenziale di un miliardo di metri cubi.
Ed è in questo momento che Pisante, Veolia e l’Enel guidata all’epoca dall’amico di sempre, Paolo Scaroni, arrivano. Nel 2004 — in piena emergenza idrica, con commissario straordinario Felice Crosta, indicato dal governatore Cuffaro — entrano come soci privati del nuovo gestore dell’acqua, il colosso Siciliacque, che gestisce gli acquedotti, le dighe e gli invasi. Sì aggiudicano il 75 per cento del pacchetto, con il controllo totale della società.
L’acqua la comprano dall’Ente acquedotti, dall’Enel – nella doppia veste di socio e fornitore – e da qualche fontaniere alla maniera antica, siciliano doc, come Pietro Di Vincenzo, padrone del dissalatore di Gela. Arrestato e condannato per concorso esterno in associazione mafiosa – con una pena in realtà lieve, un anno e otto mesi inflitti dal tribunale di Roma – Di Vincenzo ricorda i vecchi fontanieri, i padroni dei pozzi. Ex presidente della Confindustria di Caltanissetta, oggi si ritrova il suo patrimonio di circa 260 milioni di euro sotto sequestro e le sue aziende gestite dai fiduciari dei tribunali. Nella relazione di bilancio del 2005 della sua azienda preferita, la Di Vincenzo spa (che nel 2005 ha venduto alla società controllata da Veolia/Enel/Pisante quasi due milioni di euro d’acqua), qual era il suo interesse sta scritto nero su bianco: abbandonare il cemento e il mattone per entrare sempre di più nel mercato idrico. Ma non solo. Nel 2005 l’interesse di Pietro Di Vincenzo arriva anche in Sardegna, dove si occupa dell’Acquedotto Govossai a Nuoro; partecipa alle gare del commissario all’Emergenza idrica, proponendosi come progettista d’impianti di dissalazione; cerca di aggiudicarsi la gestione dell’acqua a Trapani, unico a presentare un’offerta…
A unire i soci del Nord Italia, la famiglia Pisante, i francesi di Veolia e le aziende locali che, come dire, conoscono il territorio, c’è oggi un altro business, la monnezza. In italiano si chiama immondizia, ma ormai solo la declinazione in dialetto campano fa testo: soprattutto per il meccanismo delle regole che vengono sistematicamente sospese. Là lo sono da oltre tre lustri. Chi vuole capire l’economia in Italia deve vedere dove vengono nominati i commissari straordinari. Di straordinario loro hanno soprattutto il potere di affidare i servizi pubblici essenziali, anzi, vitali, quali l’acqua e i rifiuti appunto, senza gare e spesso senza valutazioni sulla trasparenza di chi li gestirà. C’era un’emergenza a Milano: si fecero i depuratori, pagandoli a peso d’oro. C’era un’emergenza in Lombardia negli anni Novanta: vennero costruite le discariche, che poi diedero qualche guaio giudiziario (a puro titolo di esempio) a Paolo Berlusconi; c’era – e c’è ancora oggi – l’emergenza per i rifiuti in Sicilia, dove si aspettano i soldi del Cip 6 (i contributi di Stato per le energie rinnovabili, «deviati» verso l’incenerimento dei rifiuti – piuttosto che verso le vere fonti rinnovabili) per aprire i cantieri per quattro inceneritori. Protagonisti? Ancora loro, gli eterni fratelli Pisante che, con le partecipazioni azionarie e le varie scatole cinesi, risultano essere soci di tutti i soggetti «vincitori» degli appalti siciliani: assieme al gruppo Falck (controllore di Actelios-Elettroambiente) e il gruppo Waste Italia.
Un ulteriore grande affare per il gruppo di aziende della Milano da bere sta per andare in porto in questi giorni. E da poco scaduto il termine dell’ennesima proroga per l’aggiudicazione del bando per il completamento del termoinceneritore di Acerra. Dopo una prima fase in cui sembrava che a partecipare fossero tre cordate capeggiate da Veolia, dalla Asm di Brescia e dalla spagnola Urbaser, ora sembra che solo i francesi alleati di Pisante siano ancora in competizione. Delle due l’una: o si fa un nuovo bando, oppure si va (come da prassi italiana a seguito di un’emergenza) all’affidamento diretto.
In questo secondo caso, Veolia sta già contrattando la posta in gioco. Vuole garanzie politiche. Insieme al termoinceneritore vorrebbe anche una discarica da oltre 700 mila tonnellate all’anno. Vuole i contributi del Cip 6 che vengono prelevati dalle nostre bollette: le più care d’Europa proprio a causa di questi costi. Se non saranno date queste garanzie, i termovalorizzatori non si faranno (perché non sono economicamente convenienti) e i rifiuti possono restare per strada all’infinito. Per ora Prodi, anche se dimissionario, è riuscito a garantire i contributi, con un decreto varato alla fine di gennaio, mentre alle altre garanzie sta lavorando il commissario De Gennaro. La fine dell’emergenza dipende dalla volontà e dagli interessi di chi ha in mano da ormai tanti anni i servizi ambientali in Italia, non da altro. Deciderà probabilmente Veolia, il vero padrone del settore in tante regioni del Sud Italia. Grazie ai monopoli «naturali» dell’acqua e dei rifiuti, i francesi e i loro alleati italiani possono decidere sui nostri bisogni primari: bere e avere una qualità di vita decente, almeno con le strade liberate dai rifiuti.
E lo scandalo Campania può continuare ad andare in onda in diretta mondiale, ma senza fare alcun cenno alle situazioni gemelle a Latina, in Calabria, in Sicilia e, soprattutto, a Milano. I nostri diritti hanno bisogno di essere ancora «mediati» da qualcuno. Come 134 anni fa.

di Andrea Palladino, Roberto Lessio
Diario, 1 marzo 2008

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