La camorra si infiltra negli appalti del terremoto

Sarà ricordato come il giorno degli sciacalli, il sei aprile del 2009. Prima le telefonate notturne della cricca, che rideva e si sfregava le mani per i ricchi appalti in arrivo. Poi le conversazioni degli uomini di Francesco «Sandokan» Schiavone, che da Casal di Principe chiamavano i referenti a L’Aquila, dando ordini e spartendo i lavori. «Ora lasciamo perdere i … i … quello che è successo… Dico, ma a livello di lavoro ora come funziona?», chiedeva Michele Gallo, accusato oggi di far parte del cartello dei Casalesi, ad Antonio Cerasoli, considerato dai magistrati della Dda di Napoli come il referente per i cantieri dell’Abruzzo del gruppo guidato da «Sandokan». Terremoto uguale appalti, questo il pensiero indecente dei palazzinari mafiosi, già pronti a costruire e gettare cemento fin dal 7 aprile, il giorno dopo il terremoto.


Il sospetto di un interesse della camorra sugli appalti aquilani era forte fin dalla settimana successiva il sisma, quando ancora si contavano le vittime. Bastava girare nei pochi ristoranti aperti per ascoltare i bisbigli, le riunioni improvvisate, le lunghe telefonate, a volte convulse, dei tanti emissari delle imprese di costruzione accorse subito sul luogo del disastro. Ieri la conferma è arrivata con sei arresti e il sequestro di una cinquantina di società, cantieri e conti correnti per un importo pari a 100 milioni di euro. Una cifra che da sola basterebbe a risolvere gran parte dei problemi attuali degli aquilani. L’operazione condotta dal Gico della Guardia di Finanza, in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare chiesta dai pm Giovanni Conzo, Raffaello Falcone e Maria Cristina Ribera, ha svelato come i Casalesi investivano, tra l’altro, sulla ricostruzione a L’Aquila.
Agli arresti è finito parte del braccio economico dei Casalesi: Michele Gallo, 37 anni, di Frignano; Tullio Iorio, 36 anni, di San Cipriano d’Aversa, già arrestato la scorsa settimana nell’ambito di un’altra operazione che aveva svelato i suoi rapporti d’affari con Nicola Schiavone, figlio del boss «Sandokan»; Marcello Bianco, 37 anni, di Casal di Principe; Angelo Zaccariello, 53 anni, di Frignano; Luigi Pagano, 40 anni, di Aversa e Raffaele Bencivenga, imprenditore di Cesa.
Tra gli indagati c’è un nome illustre del mondo dei cantieri aquilani, Antonio Cerasoli, ex presidente della Confcooperative del capoluogo abruzzese. Numerose sono le telefonate intercettate dalla Guardia di finanza tra Cerasoli e Michele Gallo. «A livello di lavoro dobbiamo aspettare un attimo, penso una … una settimana, dieci giorni, per vedere come seguitano queste cazzo di scosse», rispondeva Cerasoli a Gallo, che dal casertano chiedeva come entrare negli affari della ricostruzione. E l’impreditore aquilano aveva già in mente un piano operativo, una mappa dei possibili affari: «Sì, sì, a farli sì, si può fare anche per la zona di Ocre è stata quella meno colpita, proprio non ci stanno problemi là». Una telefonata che si conclude con una frase dell’imprenditore dei Casalesi che più chiara non si può: «Giovedì mattina vi porto pure i soldi».
L’inchiesta – chiamata «Gli intoccabili» – apre uno scenario da brivido. La società aquilana coinvolta, la Gam costruzioni srl, era in apparenza pulita, assolutamente in regola con le normative antimafia. Secondo gli investigatori, i Casalesi l’avevano scelta con l’aiuto di Antonio Cerasoli, per poi utilizzarla come una sorta di scatola da riempire di soldi, attraverso operazioni di capitalizzazione. Ed era un fiume di denaro che arrivava dalle casse di Casal di Principe da utilizzare per l’operatività dell’azienda. «Non gli faccio caccià mai i sordi, né in coppa a quella piccirilla né in coppa a quella grossa – spiegava uno degli arrestati al telefono, parlando di come agivano i casalesi negli affari – … Tu devi pensare solo a costruire». La liquidità non era un problema. Uno schema collaudato da parte dell’ala imprenditrice della cosca: rifiuti e mattone, calcestruzzo e costruzioni, sono le vie maestre per il riciclaggio del denaro.
La mappa degli affari che appare da quest’ultima inchiesta mostra un territorio che deve essere ormai considerato acquisito dagli uomini di Schiavone. Oltre alla Campania e all’Abruzzo, il terreno principe per gli affari è sicuramente il basso Lazio e soprattutto la provincia di Latina. E proprio nella capitale pontina ieri il Gico ha sequestrato uno dei tanti cantieri controllati dai clan, un palazzone centrale, dove lavoravano squadre di operai gestiti da Raffaele Bencivenga, presente nel sud del Lazio da diversi anni. Ci sono poi la Toscana e la Sardegna, dove la speculazione immobiliare è particolarmente vantaggiosa. E le grandi opere, come la Salerno-Reggio Calabria, vero tesoro da spartire, tra camorra e ‘ndrangheta.

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