«Caro Carboni», ma era Dell’Utri

Josef Gostner è un imprenditore altoatesino decisamente particolare. «Lui parla con tutti – racconta chi lo conosce bene – e delle cose italiane si cura poco, come accade spesso ai sudtirolesi». E così quando alla fine del 2009 un suo collaboratore gli presenta la possibilità di incontrare tale Flavio Carboni non si scandalizza. Per lui è un nome come un altro. Anzi, della storia passata di questo anziano sardo al centro di quella che per i magistrati romani è una vera e propria associazione segreta giura di non sapere nulla.


È il 21 ottobre dello scorso anno quando Gostner si reca a Milano, in un ufficio in via del Senato 12, in pieno centro. Scende dall’auto, guarda il palazzo grigio con i marmi scuri e si presenta alla segreteria. «Guardi che lei non ha nessun appuntamento», spiegano un po’ sbrigativamente le segretarie, abituate a gestire agende complicate. Eppure era sicuro, il signor Gosner. Ricontrolla, chiede conferma al suo autista, scende le scale, riguarda l’indirizzo e il numero civico: non ci sono dubbi, l’appuntamento era preciso.
La scena che segue è surreale e dipinge meglio di qualsiasi intercettazione la via degli affari nell’Italia al tempo di Berlusconi. Josef Gostner viene fatto entrare in una delle grandi sale di quell’ufficio nel centro di Milano, dove nella biblioteca dicono siano conservati libri in grado di cambiare la storia. Gostner ancora non sa che quegli uffici appartengono a un senatore di un certo peso, un tale Marcello Dell’Utri. Passano i minuti, e l’imprenditore comincia a spanzientirsi. Ed ecco che la porta si spalanca, lo fanno accomodare davanti al bibliofilo padrone di casa, quel senatore che giura non aver mai conosciuto prima. Anzi, un nome che a lui, più austriaco che italiano, dice ben poco. Ma tant’è, e inizia il colloquio. Parla Gostner, è lì per affari e racconta come la sua azienda sia considerata leader nel campo delle energie rinnovabili, sulla scia della tradizione del nord Europa. Eolico è il tema del giorno, con la possibilità di ampliare gli affari in Sardegna. Dopo qualche minuto, però, la sorpresa: la porta si riapre e appare l’uomo che lo aveva convocato, quel tale Carboni che lo aveva agganciato attraverso un collaboratore. «Guardi che lei ha l’appuntamento con me», gli spiega Carboni. Senza una piega Dell’Utri lascia l’iniziativa all’amico Flavio, che spiega a Gostner che è meglio uscire a mangiare.
Qui il racconto è ormai noto e acquisito nelle carte dei pm romani. «Durante l’incontro a pranzo, Carboni mi ha chiesto di voler entrare con una quota di partecipazione – racconta Gostner – nei progetti in pianificazione di Fri-El e io ho subito declinato ogni proposta, ribadendo che la Fri-El opera solo con i suoi partner industriali a cui la mia società è contrattualmente vincolata. Da quel momento io personalmente non ho più avuto nessun tipo di contatto col signor Carboni o suoi collaboratori». Per lui la storia sarebbe finita lì.
Cambiamo prospettiva per un momento, cercando di immaginare come l’incontro sia stati vissuto dagli altri protagonisti, da quel tale Flavio Carboni che Gostner assicura di aver mai conosciuto prima. «Pronto, sono qua col proprietario della Fri-El, non sapeva nemmeno dove doveva venire – commentava il faccendiere di Torralba al telefono con Ignazio Farris, il suo pupillo nominato a capo dell’Arpa della Serdegna – non sa nemmeno chi è il senatore». Deve essere sembrato incredibile a quella cricca cresciuta attorno a Carboni. Non conoscere Dell’Utri equivale ad un insulto. Ma Carboni non si scoraggia, è sicuro del fatto suo: per lui quell’accordo con la Fri-El è cosa fatta, tanto che il giorno dopo racconta al telefono: «Io le bozze di accordo con quelle società le do a Denis – dice al telefono con Farris – anzi, non le bozze, l’accordo eventuale. Parlerò di Fri-El, ecco». Perché darle a Denis Verdini è materia che la procura di Roma sta ora approfondendo, come il ruolo di Dell’Utri e del coordinatore del Pdl nella vicenda. Gostner da parte sua assicura che nessun accordo era stato raggiunto, anche perché un eventuale contratto sarebbe dovuto passare all’ufficio compliance del partner industriale europeo legato all’azienda di Bolzano. E di sicuro – spiegano dall’azienda – mai sarebbe passata una qualsiasi carta con il nome Flavio Carboni.

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