Una Seveso in Ciociaria

La piccola città di Morolo quasi si nasconde. Sulla via Casilina che scende da Roma verso Frosinone, le indicazioni danno false piste. La strada ad un certo punto termina di fronte ad un colosso dell’archeologia industriale, una vecchia fabbrica di calce, oggi usata per gare di tiro a segno. Sembra quasi che tutte le strade siano chiuse, sbarrando l’accesso al gruppo di case. Si deve attraversare il fiume Sacco, e le case degli agricoltori ti guidano. Sul lato sinistro la terra bagnata dal fiume, sul lato destro la collina. A separare la città ci sono poi i pilastri della Tav Roma-Napoli. “Giornalisti infami, ci avete lasciato soli”, è la scritta sulla curva che porta alla piccola città in provincia di Frosinone, la cui terra dal 2005 è stata dichiarata avvelenata, forse per sempre. Una Seveso quasi sconosciuta, tenuta in silenzio, nascosta per tantissimi anni.

Il beta-esaclorocicloesano è una parola difficile da imparare. Si abbrevia in B-HCH, ed era solo roba per chimici esperti fino a qualche tempo fa. Oggi è la sigla di uno dei più vasti disastri ambientali d’Italia, che ha colpito un’intera valle, dalla città di Colleferro, fino a Ceccano e – probabilmente – ancora oltre. Nessuno sa quanto sia vasta l’area, quante persone siano state contaminate, quanto latte avvelenato sia stato prodotto. La Valle del Sacco si estende per oltre 80 chilometri, termina nel fiume Liri, ed è meglio conosciuta nel mondo come Ciociaria. Morolo, 3.200 abitanti, è quasi il centro geografico della valle, a una ventina di chilometri dalla zona industriale di Colleferro, da dove – decine di anni fa – è partito il veleno.

Se buona parte di questa regione oggi è una terra avvelenata, i colpevoli vanno cercati un po’ più a nord, nell’area industriale di Colleferro. Le emergenze abientali qui compongono una lista spaventosa: c’è l’Italcementi, con le polveri sottili, due inceneritori, con il Cdr truffa pieno di veleni, l’area della chimica, la Simmel che produce esplosivi. All’origine di tutto c’era il colosso Bpd difesa e spazio, fabbrica d’armi che ha portato la morte in giro per il mondo. Non produceva solo tritolo, la Bpd; negli anni ’80 negli stabilimenti si preparava il lindano, componente micidiale del dtt. Oggi è una sostanza vietata, che non può più essere commercializzata.

Smaltire quei veleni era un affare da gestire internamente, da affidare a una squadra appositamente costituita. I resti pieni di beta-esaclorocicloesano erano stipati in fusti e interrati. Dai tre siti che contenevano i derivati del lindano – arpa 1, arpa 2 e cava di pozzolana – i veleni sono scesi nelle acque bianche e poi nel fiume. Una contaminazione lenta, inarrestabile, che ancora oggi – dopo anni – sta colpendo gli allevatori.

A Morolo, all’inizio dell’anno, è venuto il presidente Marrazzo. Dal 2005 c’è un commissario straordinario che deve decontaminare l’area e assistere i contadini e gli allevatori. Per ora hanno cambiato il nome al luogo, creando il marchio Valle dei Latini, per far dimenticare ai consumatori la Valle del Sacco. Molte donne di Morolo – nonostante il cambio toponomastico – non potranno più dare il latte materno ai figli. Donne come Claudia, che hanno nel sangue valori di B-HCH fino a nove volte i valori limiti. Hanno dovuto aspettare due anni per conoscere i risultati degli esami, arrivati solo qualche mese fa. Due anni e nessuno le ha ancora spiegato cosa accadrà.

La famiglia di Claudia nel 2005 ha perso l’intera mandria di vacche da latte. Centoventidue capi, abbattuti uno ad uno. Gli avevano promesso più di mille euro di rimborso per ogni animale, ma alla fine lo stato ha mercaneteggiato e ne sono arrivati solo seicento. Nulla per le terre perdute, nulla per rincompensare quel veleno che si porteranno addosso per sempre. Per ricomprarsi gli animali – venuti dalla Germania, tanto per non rischiare – hanno speso duemila euro a capo. Oggi il fieno deve arrivare da lontano, da terre sicure, a chilometri di distanza dal fiume oramai completamente inquinato, dove per generazioni hanno coltivato l’erba medica. Per cento animali spendono più di quarantamila euro l’anno e il latte lo vendono a quaranta centesimi al litro. “Devi aver messo le mani in questa terra per capire”, spiega il padre di Claudia, con gli occhi di azzurro velato. Ha in corpo il lindano, bevuto con il latte delle sue mucche e nessuno gli ha saputo spiegare cosa può accadere. Se i suoi animali li hanno abbattuti, anche lui – allevatore con la saggezza in corpo – sa che quel veleno era meglio che non ci fosse. E lo sa la figlia Claudia, che quando avrà un figlio non potrà allattarlo. Quello che non sanno – perché nessuno glielo ha ancora detto – è chi sia il colpevole. Avrà un nome, un indirizzo, un volto…

Il primo processo per l’avvelenamento del fiume Sacco è del 1992, diciasette anni fa. Fu l’allora sostituto procuratore presso la Pretura di Velletri Villoni a chiedere di processare l’ex amministratore delegato della Bpd difesa spazio Enrico Bondi. Un manager di alto livello, considerato il salvatore della chimica italiana, chiamato in passato alla Montedison da Enrico Cuccia. Fu uno degli artefici della fusione – qualche anno dopo il disastro di Colleferro – tra Bpd, Snia e Caffaro, “una forza d’urto da 7000 miliardi”, come fu definita nel 1995. L’inchiesta era iniziata nel 1990, quando si scoprì il deposito illegale di fusti contenenti il lindano. Oltre alla Bpd venne processata anche la Chimica Friuli, il cui amministratore delegato fu condannato in primo grado, nel 1993, a quattro mesi di reclusione. Quattro mesi, centoventi giorni, per un disastro che ha comportato l’avvelenamento di un’intera valle per almeno diciotto anni e chissà per quanti decenni ancora. Ma allora i reati ambientali era poco più che contravvenzioni, quasi come parcheggiare in doppia fila.

Oggi la Procura di Velletri sta ripercorrendo i lunghi anni del disastro, cercando di capire chi ha taciuto, chi non ha bonificato. I colpevoli di allora non potranno essere riprocessati ed oggi siedono in importanti consigli di amministrazione. Enrico Bondi è alla guida di Parmalat, il che ha il sapore della beffa, visto quello che è accaduto al latte della valle del Sacco. E nessuno lo associa più a quello che avvenne a Colleferro, quando i signori della chimica interravano migliaia di fusti di veleni. Per ora il sostituto procuratore di Velletri, Luigi Paoletti, ha iscritto nel registro degli indagati due responsabili della Centrale del latte di Roma e l’amministratore della Caffaro, l’industria che ha ereditato parte dell’attività che era gestita da Bondi negli anni ’80.

C’è ancora molto da scoprire, però, nella lunga storia della valle che taglia la Ciociaria. Nel 1993 la pretura di Velletri aveva, infatti, imposto alla Bpd e alla Chimica Friuli di bonificare il deposito dei veleni. Da allora al 2005, quando il caso esplose dopo alcune denuncie di allevatori, poco o nulla è stato fatto. Negli archivi si trova traccia del rimpallo tra regione, governo e aziende, dei progetti di smaltimento poi spariti o mai attuati, di assessori all’ambiente silenziosi. Una responsabilità trasversale, passata attraverso cinque amministrazioni regionali: Giorgio Pasetto, Carlo Proietti, Arturo Osio, Piero Badaloni e Francesco Storace.

Dall’alto di Morolo si può vedere la valle del Sacco. Una distesa d’industrie tagliata dall’autostrada, dalla Tav e dal fiume. Tre serpenti che scorrono avvinghiandosi, incrociando le storie. La terra di riporto della Tav – avvelenata – fu sparsa spacciandola per una specie di concime, contaminando anche coltivazioni distanti dal fiume. Altre industrie, anche meno conosciute, continuano, ancora oggi, a scaricare veleni. “La domenica l’acqua diventa scura, sembra olio bruciato”, raccontano gli allevatori. E il beta-esaclorocicloesano continua a spargersi, a raggiungere posti che fino a un paio di mesi fa erano considerati sicuri. L’ultimo allarme arriva da Ceccano, quasi alla fine del fiume, pochi chilometri prima che entri nel Liri. L’Arpa ha trovato allevamenti di bufale contaminate dall’acqua. Verranno abbattute probabilmente, ma quanto latte avvelenato hanno prodotto in questi anni? Nessuno vuole rispondere alla domanda, perché il rischio di un crollo definitivo dell’economia della valle è evidente.

Si cerca allora di dimenticare, cambiando il nome dei luoghi, non parlando più dei veleni che le famiglie portano nel corpo. Qui arriveranno tanti soldi per la bonifica, per il recupero dell’economia uccisa due volte. Prima con le industrie che hanno tolto linfa vitale all’allevamento, poi con i veleni, che hanno ucciso definitivamente intere mandrie. E a ricordare che siamo nella nuova Seveso ci pensa un camioncino venuto dalla Campania, che alle porte di Colleferro gira ancora oggi a ritirare i cadaveri delle pecore. “Morte di parto”, spiegano i certificati.

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