Il cuore del fiume Oliva

Sembra infinito il fiume Oliva. E’ un velo, che ricopre le pietre, che porta gli odori acri della montagna di Calabria verso il Tirreno. A guardarlo dalla strada che da Amantea porta a Serra d’Aiello rincuora, ti aiuta lasciare alle spalle le centinaia di pilastri di cemento grigi della costa. E’ una vena che criminali arrivati di notte, in fila e con i fari spenti hanno avvelenato. “Sono sceso personalmente vicino alla briglia, ed è impressionante: le scorie sgorgano dappertutto”, racconta il procuratore Bruno Giordano. Ostinato, solitario, orgoglioso di quella Calabria che vuole credere alla possibilità di leggere la verità. E la verità è dentro questo fiume, riemerge, lo invade, arriva a valle, sulla spiaggia di Formiciche, dove la motonave Rosso si arenò il 14 dicembre del 1990.

Da poco più di un mese le trivelle e le ruspe stanno scavando lungo il greto del fiume. Si parte dalla cava abbandonata con rifiuti radioattivi, si scende fino alla distesa di località “Foresta”, per arrivare alla briglia costruita anni orsono sul fiume. Ed è intorno a questa piccola costruzione di cemento armato – realizzata per domare le acque – che oggi le terre sature di veleni stanno risputando fuori litri e litri di idrocarburi, di scorie, prodotti dalle industrie chimiche. “Non ci sono dubbi che provengano da fuori regione – continua il procuratore Giordano – ed è impressionante come la terra le stia oggi espellendo. Dovete vedere questo posto, è una natura meravigliosa, potrebbe essere un parco naturale”.

Deserto rosso

“Non sta mai fermo il mare, mai, mai. Io non riesco a guardare a lungo il mare. Sennò tutto quello che succede a terra non mi interessa più”. Monica Vitti da una piccola baracca guarda verso quel mare grigio, metallico, avvolto nelle nebbie. E’ una delle scene più intense di Deserto Rosso, il capolavoro di Antonioni. E quella frase pronunciata nel film può forse essere la chiave per capire il mistero dei veleni della Calabria. Gli occhi del mondo erano puntati sulla linea dell’orizzonte, cercando di scrutare carichi e veleni tra le onde. Perché la Rosso arrivò qui? Cosa trasportava? Perché fu smantellata?

Le indagini sui veleni del fiume Oliva partirono dal mare, da quello spiaggiamento che spaventò l’intera città. La motonave Rosso – raccontano gli atti – era conosciuta come la nave dei veleni, dopo essere stata utilizzata dalla Monteco per riportare in Italia i fusti tossici esportati in Libano dalla Jelly Wax, società di Milano. E se veramente si fosse trattata di una “nave dei veleni” – si chiesero gli abitanti di Amantea – quelle scorie da qualche parte devono essere finite. Un sospetto, una paura, che attanaglia questo pezzo di costa calabrese dal dicembre del 1990. Dopo anni d’inchieste, dopo la morte del capitano Natale De Grazia – l’ufficiale della marina che indagava sulle navi a perdere – dopo che l’intera vicenda delle navi a perdere è stata chiusa dal ministro Prestigiacomo con una conferenza stampa  frettolosa e con la frase “il caso è chiuso”, sulla costa della Calabria rimangono solo i veleni. Nessuna verità, almeno per ora, nessun nome, nessun indizio. Ufficialmente la Rosso trasportava tabacco, liofilizzati e nylon e, sempre ufficialmente, le altre navi dei veleni affondate nel Tirreno non esistono. Ma nessuno spiega quei morti di tumore e nessuno ha mai voluto dire cosa fosse sulla montagna che sale verso l’interno.

L’indagine sul fiume Oliva è nata insieme a quella sul relitto di Cetraro. Sono fascicoli quasi gemelli, con al centro una perizia sconvolgente: tra Amantea, Serra d’Aiello e Cetraro c’è qualcosa che uccide la popolazione. Una morte lenta, che arriva con tumori assenti in altre zone, dovuti a veleni che qui nessuno produce. Mentre il fascicolo sul fantasma del Cunski e su Cetraro è stato mandato alla Dda per competenza, dopo le rivelazioni di Francesco Fonti, le indagini sui veleni trovati sul fiume sono rimaste nell’area di competenza della Procura di Paola. In questo caso la ‘ndrangheta non c’entra – almeno fino a questo momento – e i reati ipotizzati riguardano l’eventuale disastro ambientale.

Il caso non è chiuso

“Dubbi non ce ne sono più, i rifiuti tossici ci sono”. Bruno Giordano due giorni fa rompeva ogni indugio, metteva da parte la prudenza avuta fino ad oggi. Quello che le ruspe stanno restituendo è sconvolgente, inimmaginabile. E’ ancora presto per capire quali sostanze sono state abbandonate sul greto del fiume, i risultati delle analisi arriveranno solo in estate inoltrata. Ma c’è oggi la certezza – la prova processuale – che l’intera zona del fiume Oliva è contaminata con sostanze venute da altre zone d’Italia o, chissà, d’Europa.

La prima reazione è di rabbia ad Amantea. Perché nessuno ha scavato prima? Perché si sono attesi anni e decine, forse centinaia, di morti? Se si parla di indifferenza, però, i verbi vanno coniugati al presente. “Nessun sindaco, dopo la notizia del ritrovamento dei veleni – spiega il procuratore di Paola – si è presentato per chiedere notizia”. Eppure a qualcuno dovrebbe interessare. Non si è presentato neanche il neo assessore regionale all’ambiente della Calabria, Francesco Pugliano, che da pochi mesi ha preso il posto di Silvio Greco. E non è cosa da poco, poiché ora buona parte del fiume dovrà essere bonificato, per bloccare le scorie che stanno uccidendo la popolazione di Amantea. Un’operazione straordinaria, complessa, visto che impianti in grado di smaltire questi veleni in Italia non ce ne sono.

La domanda vera che da vent’anni non trova una risposta è oggi ancora più urgente: da dove vengono quelle scorie? Guardando su una carta geografica l’estensione della contaminazione – che attinge almeno quattro siti – si può cercare di immaginare la logistica criminale che ha permesso questo sversamento sistematico. Centinaia di camion, che prima di arrivare sul greto del fiume hanno dovuto percorrere centinaia di chilometri, in una zona dove quasi nulla passa inosservato. Decine e decine di uomini, pronti a rischiare di ammalarsi per svuotare le cisterne in quel sarcofago di cemento armato costruito sotto il fiume, o nelle terre che circondano le rive, e che oggi risputano fuori i veleni accumulati. E poi bolle di carico fasulle, mediatori, imprese pronte a prestarsi come copertura. Una filiera gigantesca, che sappiamo terminava ad Amantea.

Le zone dei veleni sul fiume Oliva distano poco meno di tre chilometri dalla costa. Non c’è dubbio che l’operazione più facile sia quella di far arrivare i veleni dal mare, riducendo i rischi e abbassando i costi. Ma nessuno, in questo pezzo di Calabria, parla, nessuno vuole raccontare quello che ha visto, i viaggi dei camion, le luci che di notte aiutavano qualcuno a scaricare tonnellate e tonnellate di scorie. “Ci sono persone che hanno un piede nella fossa, che sanno, che potrebbero raccontare – spiegava il Procuratore di Paola lo scorso anno, mentre la Copernaut Franca cercava il relitto della Cunski – ma quando arrivano in Procura tacciono, non dicono nulla”. L’omertà pesa più di qualunque cosa, più della rabbia che puoi avere vedendo intere famiglie sterminate dai tumori. Il problema diventa ancora più serio quando all’omertà si associa il silenzio dello stato.

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