Blenda e le altre

In via Due Ponti 180 c’è una guida inaspettata. E’ l’odore pungente delle cucine, aglio, spezie, cumino. Immagini i sapori, se chiudi gli occhi potresti quasi vedere la Bahia de todos os Santos, la casa di Amado, il pelourinho dove gli schiavi africani venivano legati e puniti. E se è venerdì, puoi immaginare le donne bahiane vestite di bianco, che si avviano dondolando verso i terreiros del candomblé, religione resistente dell’Africa lontana. Basta entrare in uno dei tanti ballatoi bianchi di via Due Ponti 180 per ascoltare le voci cantanti della rete Globo, che qui copre ogni rete italiana. Nessun decoder digitale in tilt, nessuna guerra degli ascolti, i due edifici della piccola enclave delle trans brasiliane sono un vero altrove geografico, culturale e dell’immaginario.
“Guarda, guarda i suoi occhi”. La conversazione si interrompe quando sullo schermo appare un qualsiasi attore di novelas. E’ un decimo di secondo, e il cuore ritorna verso le piccole città dell’interno, nel nord immenso della foresta o nelle magalopoli crudeli.
Qui viveva Blenda Ballantines. Qui sognava, qui si difendeva e qui guardava le migliaia di foto e video dei suoi clienti italiani. Nel suo spazio virtuale aveva però riservato un posto diverso per una decina di foto, sotto il titolo semplice di “io, Blenda”. Niente silicone, nessuna pallettes, niente glamour, ma il ritratto drammaticamente sorridente di una donna quarantenne e delle due due figlie. E’ la mamma e le sue sorelle. E una casa di legno, con il fondo della foresta e l’umidità del fiume che respiri da gennaio a dicembre. Sorride la famiglia di Blenda, gente comune, forse un passato di pescatori o agricoltori. Forse espulsi qualche generazione fa dalle terre dei latifondisti del nordest, obbligati a migrazioni forzate, una sorta di segno indelebile che si ripete, si tramanda. Anche lei, Blenda Ballatines, è emigrata ed è morta in terra straniera, ed oggi la madre è in viaggio per riportare il suo corpo sul letto del Rio delle Amazzoni.
Via Due Ponti raccoglie la crudeltà e la tenerezza, come solo le periferie sanno fare. La notte nei piani seminterrati appaiono dal nulla decine di piccole botteghe, che vendono ogni tipo di alcol. Di giorno, in tarda mattinata, mentre le trans iniziano ad uscire per la spesa, tornano i bambini da scuola, con le cartelle e qualche ipod per non ascoltare il brusio dei reporter. Quello che è cambiato in queste ultime settimane a via Due Ponti è proprio la presenza costante della stampa, che vuole cercare di capire cosa si cela dietro la morte di Blenda. “Fate attenzione, i giornalisti sono interessati solo alle foto e ai video”, racconta una trans su una delle centinaia di community, attivissime in queste ore. Perché alla fine anche se Thainna e Nathalia sono andate in tv, nulla sappiamo di quel mondo sommerso da dove sono venute e dove, inesorabilmente, torneranno appena calerà il silenzio.
Ci sono mondi differenti che si intrecciano nella storia dei ricatti a Marrazzo. C’è via Due Ponti e c’è via Gradoli. In linea d’area sono poco meno di un paio di chilometri, ma cambia drasticamente tutto. Il condominio che era conosciuto come il covo Br più sospetto degli anni ’70 non ha nulla della casbah di Blenda. Fuori è un palazzo in cortina tipico delle prime periferie romane, dove vivono professionisti e classe media. Ma basta entrare e percorrere i corridoi per capire che via Gradoli ha una storia ancora oggi da raccontare. Se in via Due Ponti le porte dei piccoli appartamenti spesso sono aperte, se le voci e le urla coprono il rumore del traffico, tutto nel condominio dove Piero Marrazzo venne filmato con la trans Nathalia è chiuso a qualsiasi sguardo. Porte chiuse, come nel corridoio di uno dei motel statunitensi da film dei fratelli Coen, porte che aprono appena uno spiraglio se cerchi di bussare non invitato, storie che non vogliono apparire e una riservatezza blindata. Inutile chiedere dove abita Nathalia. Indicano una porta, poi un’altra, spiegano che il piano è sbagliato, che devi scendere in un seminterrato. Esiste un amministratore, ma gli ordini sono tassativi: nessun nome, nessun numero di telefono. In questi giorni, poi, anche i  numeri di telefono sugli avvisi di affittasi sono muti. Chiami e se non sei conosciuto riattaccano e spengono il cellulare.
Nathalia, come le trans di via Gradoli, non ama via Due Ponti. In rete preferisce mettere le immagini della casa glamour che ha messo su nel paesino natale, a Valença, nello stato di Rio de Janeiro. In tv mostra il suo volto rassicurante: niente droga, i suoi rapporti da migliaia di euro sono amicizia che dura da anni. E’ l’altra faccia della storia dei ricatti e delle morti che girano intorno al caso Marrazzo. E’ un Brasile diverso, forzatamente chic, che il povero non lo vuole vedere neanche da vicino. E’ il segno dell’apartheid sociale che si trasferisce nei paesi della migrazione. D’altra parte, come ha raccontato a Porta a Porta, lei era l’amante segreta del governatore, l’amica innominabile.
Oggi il dito della destra è puntato contro la kasbah di via Due Ponti. C’è il peggio della migrazione qui – dicono Calderoli & company – clandestini, prostitute, droga e ricatti. Ci sono le storie drammatiche delle trans, che insieme alla strada – in Brasile e in Europa – vivono gli stupri dei piccoli e grandi protettori, le botte, i taglieggiamenti, i ricatti e le espulsioni. Quando sono in Brasile sono alla mercé dei poliziotti che le usano per guadagnare qualcosa in più. Certo, non si aspettavano in Europa di incontrare quattro carabinieri non proprio fedeli e una storia che oggi le terrorizza. In gergo li chiamano alibam, nome che viene direttamente dalla cultura afrobrasiliana del candomblé, alla base del gergo delle trans brasiliane. “L’aria a Roma è cattiva” scrivono in queste ore. Chi è all’estero chiede preoccupata, mentre in tante pensano a come poter fuggire. “Cara, qui ci sono amiche che si devono accampare anche nei parchi, non è più possibile lavorare”, spiega in rete chi vive questi giorni confusi e pericolosi. “Roma è terribile, rimani lì”, fa eco una amica. E’ una città pericolosa, dove la vita rischia di diventare impossibile per le trans.
E questo era anche il pensiero di Blenda. La sua ultima missione qui era raccogliere più soldi possibile e fuggire, tornare in Brasile. Ma non tornare da povera, voleva avere almeno una casa, voleva mostrare alla sua famiglia e ai suoi amici che qui era qualcuno.
Il mondo semiclandestino e oscuro di Blenda e Nathalia oggi è in fermento, mentre la procura legge con cura i file sul computer. E’ una finestra che si apre indiscreta, che potrà rivelare molto. Un luogo inaccessibile a chi non è iniziato, che sta per spalancare le porte.

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