L’ultimo viaggio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia e quell’ombra di Gladio

Un anno d’inchiesta “vecchio stile”, cercando conferme, incrociando fonti, analizzando migliaia di documenti. Un archivio di Gladio che si apre, con nuove esplosive piste su alcuni misteri d’Italia, ad iniziare dall’omicidio Alpi-Hrovatin. Il Fatto quotidiano ricostruisce oggi in esclusiva la presenza a Bosaso, in Somalia, di alcuni reparti “informali” della nostra intelligence il 14 marzo del 1994, quando Ilaria Alpi e Miran Hrovatin stavano preparando l’ultima loro inchiesta. Un messaggio inedito partito dal comando carabinieri presso il Sios della Marina militare di La Spezia definiva i due giornalisti “presenze anomale”, ordinando un “possibile intervento”.

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Il sistema gelatinoso dei casalesi nel sud del Lazio

Far finta di nulla, non commentare, lasciare che il tempo faccia il suo corso. Nel sud del Lazio, in quella terra di mezzo compresa tra il Garigliano e Latina, la strategia della politica locale – con forti legami con i palazzi romani – nei confronti delle mafie in fondo è sempre stata questa. Dopo l’operazione della Dda di Napoli che ha dimostrato come il gruppo dei Bardellino – arroccati dalla fine degli anni ’80 a Formia – sia vivo e operativo, quella rete gelatinosa di contatti e di convivenze politiche prosegue senza sosta. L’importante è non dare nell’occhio, evitare i clamori, mantenere il profilo basso.

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I veleni di Ceprano

C’è la collina, che sale verso le grotte di Pastena. C’è il fiume Sacco, che taglia la lunga valle che nasce a Colleferro, per scendere nella terra di Ciociaria. Ci sono i pochi allevamenti rimasti, qualche cavallo, qualche decina di pecore. E poi, a Ceprano, ci sono gli spettri di un passato fatto di industrie pagate dallo stato e condotte da capitani di finanza che oggi hanno chiuso il loro tesoro in Lussemburgo, dopo aver licenziato migliaia di persone. Benvenuti nella provincia dimenticata di Frosinone, antica terra regno di Andreotti, della democrazia cristiana, e del fascistissimo Ciarrapico, degli aiuti di stato all’industria, dei clientelismi. E oggi terra di veleni desolata, abbandonata, con uno dei più alti indici di disoccupazione del centro Italia, dove a distanza di decenni si stanno scoprendo i frutti più avvelenati della prima repubblica. Continua a leggere

Il deposito degli orrori

Ci vorranno forse mesi per capire cosa sia realmente accaduto nel deposito di Paderno Dugnano, di proprietà della Eureco. Infinito è l’elenco dei veleni presenti nel sito andato a fuoco: basta leggere l’ultima autorizzazione concessa dalla Regione Lombardia alla società per avere davanti agli occhi un elenco micidiale. Una lista degli orrori, sostanze pericolose e cancerogene che potrebbero essere state diffuse nell’ambiente durante l’incendio. E il primo passo per chiarire la situazione dovrà necessariamente essere quello di dare massima trasparenza ai registri della Eureco: cosa è bruciato ieri pomeriggio, è la prima risposta per le migliaia di persone che vivono vicino al deposito. A verificare la regolarità dei sistemi di sicurezza sarà poi la magistratura.  Continua a leggere

Il call center del malaffare

Questa storia potrebbe iniziare in uno dei tanti porti turistici della costa laziale, a pochi chilometri da Roma, dove Yacht e piccoli velieri di lusso mostrano la faccia più dura della crisi, quella dei padroni e dei predoni. «Lady Canvas» è una barca da regata che ha uno sconosciuto armatore, il napoletano Giorgio Arcobello Varese. Il nome non dice nulla a chi non è passato almeno una volta nei gironi infernali dei call center, ottocentesche linee di montaggio dove il padrone della ferriera spesso si nasconde dietro vortici societari, serie di scatole cinesi che appaiono e si dissolvono a volte in poche ore. L’armatore di Lady Canvas la settimana scorsa era la persona più ricercata da un gruppo di lavoratrici e lavoratori di Pomezia, senza stipendio da circa un anno. Ultima ditta conosciuta la Herla Italia srl. Continua a leggere

La collina dei misteri

Le case coloniche della pianura pontina sono le ultime labili tracce di una terra antica. Terra scura, di bonifica, terra smossa da generazioni di contadini, terra di migrazione e di fratture. Le strade che l’attraversano, a sessanta chilometri da Roma, riescono a mantenere quell’aura del ’900, con davanti agli occhi le immagini delle giornate passate sulle coltivazioni, di famiglie sedute attorno a tavole che profumavano di campi e di lavoro. Era zona di malaria, di bufale, di carretti, di nebbie. Poi area bonificata – con le opere iniziate a fine ’800 e concluse dal Mussolini della propaganda, chino a tagliare il fieno per le cineprese del Luce – e consegnata a contadini veneti, gente tosta e fiera.
La pianura pontina è oggi altro. È dove le ecomafie stanno giocando la peggiore partita, sporca, crudele e senza prigionieri. Tra i borghi che attorniano la nera Latina si contendono il territorio i colossi dei servizi ambientali, mentre sottoterra agisce indisturbata la peggiore manovalanza camorrista. Dell’epoca della malaria qui rimane solo la nebbia e il silenzio, irreale.
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Il cuore del fiume Oliva

Sembra infinito il fiume Oliva. E’ un velo, che ricopre le pietre, che porta gli odori acri della montagna di Calabria verso il Tirreno. A guardarlo dalla strada che da Amantea porta a Serra d’Aiello rincuora, ti aiuta lasciare alle spalle le centinaia di pilastri di cemento grigi della costa. E’ una vena che criminali arrivati di notte, in fila e con i fari spenti hanno avvelenato. “Sono sceso personalmente vicino alla briglia, ed è impressionante: le scorie sgorgano dappertutto”, racconta il procuratore Bruno Giordano. Ostinato, solitario, orgoglioso di quella Calabria che vuole credere alla possibilità di leggere la verità. E la verità è dentro questo fiume, riemerge, lo invade, arriva a valle, sulla spiaggia di Formiciche, dove la motonave Rosso si arenò il 14 dicembre del 1990. Continua a leggere

Blenda e le altre

In via Due Ponti 180 c’è una guida inaspettata. E’ l’odore pungente delle cucine, aglio, spezie, cumino. Immagini i sapori, se chiudi gli occhi potresti quasi vedere la Bahia de todos os Santos, la casa di Amado, il pelourinho dove gli schiavi africani venivano legati e puniti. E se è venerdì, puoi immaginare le donne bahiane vestite di bianco, che si avviano dondolando verso i terreiros del candomblé, religione resistente dell’Africa lontana. Basta entrare in uno dei tanti ballatoi bianchi di via Due Ponti 180 per ascoltare le voci cantanti della rete Globo, che qui copre ogni rete italiana. Nessun decoder digitale in tilt, nessuna guerra degli ascolti, i due edifici della piccola enclave delle trans brasiliane sono un vero altrove geografico, culturale e dell’immaginario. Continua a leggere

Lo strano senso di equità di Monti

Premetto: non sono un economista. Però a naso c’è qualcosa che non va nella prima manovrina dei professori: aumentare Iva e Ici, diminuire le tasse sul lavoro e sulle imprese. Quel poco che ho imparato di economia l’ho vissuto direttamente. In Brasile, ad esempio. Fino al governo Lula, in quasi tutti i paesi latino americani esisteva un modello fiscale basato soprattutto sull’imposizione sul consumo, attraverso l’Iva e altre tasse che incidevano direttamente sui prezzzi finali dei prodotti. Pagano tutti, è vero. Ma è una scelta ingiusta e classista. In fondo un chilo di pane non può e non deve avere lo stesso prezzo per il milionario Montezemolo e per l’anziano con pensione sociale. Tassare attraverso l’Iva toglie tantissimo ai più poveri, come avveniva – e in buona parte ancora avviene – in America latina, rendendo ancora più ingiusta la società e aumentando la parte di ricchezza in mano alle oligarchie.

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La strategia del ragno e le lobby dell’acqua

«Non mi aspetto che il risultato dei referendum sull’acqua abbia un impatto sulla nostra strategia idrica in Italia». Francois Cirelli, amministratore delegato del gruppo Suez in Italia, di dichiarazioni non ne ha mai rilasciate moltissime. In lui si racchiude tutta la Francia della grandeur capitalista, ad iniziare dalla sua formazione nella École nationale d’administration, la vera culla del sistema economico d’oltralpe. Si deve a lui buona parte della riuscita della fusione della multinazionale dell’acqua e dei servizi ambientali Suez – ex Compagnie Générale des Eaux – con il colosso energetico Gdf. Per quattro anni è stato ai vertici della direzione generale del Tesoro, per poi passare, nel 1989, al Fondo monetario internazionale. Di finanza e di privatizzazioni, dunque, Cirelli se ne intende.

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‘Ndrangheta, prima sentenza per l’indagine infinito

Due giorni di camera di consiglio, 119 imputati, e alla fine una condanna netta, con pene che arrivano fino a sedici anni di reclusione. Il primo troncone dell’inchiesta “Infinito” che ha colpito gli affiliati alla ‘ndrangheta in Lombadia si è chiuso in appena un anno e quattro mesi. Un segnale fondamentale, che i magistrati milanesi sono riusciti a dare, portando buona parte degli imputati a giudizio davanti al Gup. E’ una mafia pericolosa, gelatinosa, in grado di penetrare nei pori dell’economia, della politica, della gestione – anche periferica – dello stato; una struttura militare, chiusa, determinata, che puntava decisa all’enorme affare dell’Expò 2015. Tanto potente da aver progettato per anni la scissione dalla “casa madre ” calabrese, decisione che ha portato ad una vera e propria guerra, tra affiliati leali alle famiglie radicate nelle province di Reggio Calabria e Catanzaro e gli scissionisti.

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